One Health
23 Giugno 2022 La gestione integrata dei casi di morso viene considerata parte integrante della strategia Zero by 30, finalizzata a debellare la rabbia. Tuttavia, non sembra ci sia un approccio univoco all’IBMC. Le peculiarità geografiche e socio-economiche ne determinano infatti un’attuazione diversificata.

Nonostante i progressi, attribuibili in larga parte al ruolo dei vaccini, si stima che ancora circa 59.000 persone muoiano di rabbia ogni anno, la stragrande maggioranza nei paesi poveri in Africa e in Asia. Le principali criticità sono da attribuire essenzialmente a tre macro fattori: in primo luogo al fatto che in molti paesi a basso e medio reddito (LMIC) non è stata avviata la vaccinazione di routine del cane. In secondo luogo, pesano gli scarsi controlli nei Paesi più poveri; infine, un ulteriore ostacolo è frapposto dal costo ingente della profilassi post esposizione (PEP). Per ovviare a questi ostacoli, OMS, OIE, FAO e Global Alliance for Rabies Control (GARC) hanno sviluppato il programma "Zero by 30" che mira a porre fine, entro il 2030, alle morti umane dovute alla rabbia mediata dai cani. Operando nel quadro di riferimento One Health, il programma si avvale dell’IBCM (l'Integrated Bite Case Management), ovvero di un metodo di sorveglianza avanzato che prevede "indagini su sospetti animali affetti da rabbia e condivisione di informazioni con professionisti operativi sia nell’ambito della salute umana che in quella animale per appropriate valutazioni del rischio". Sebbene gli obiettivi, gli scopi e i vantaggi della gestione del morso stiano diventando sempre più conosciuti dalle organizzazioni internazionali e dagli esperti del settore, l’approccio delle varie realtà in gioco non è ancora univoco né compatto. E l'attuazione pratica dell'IBCM rimane ancora poco chiara. Per questo, un team di ricercatori scozzesi ha voluto esplorare come esso sia stato reso operativo in diversi contesti, e quali possano essere oggi gli ostacoli o – al contrario - i fattori che ne facilitano l’attuazione. L’evidenza principale riguarda la variazione tra i programmi IBCM riportati nei diversi contesti epidemiologici e geografici. Approcci e prospettive erano diversi: in pratica, l'IBCM è stato adattato per soddisfare le esigenze del contesto locale e il livello di controllo della rabbia in atto.
La maggior parte delle variazioni in termini di successo e di impatto dell'IBCM dipende da un contesto non epidemiologico. Ovvero da variabili sociali ed economiche; culturali (credenze, atteggiamenti e pratiche tra decisori politici, professionisti, comunità); geografiche (es. urbano vs. rurale); di policy (fornitura PEP); finanziarie, politiche e storiche.
Alla luce di queste differenze connaturate ai diversi tessuti sociali, diventa chiaro perché le esperienze degli esperti non si siano tradotte in tutti i contesti in forma univoca. Ne consegue – è la conclusione dei ricercatori – che per progettare e attuare programmi futuri dovrebbero essere fornite linee guida esplicite, con una declinazione per step successivi del programma IBCM, ed esempi concreti di attuazione che possano servire da bussola per successive implementazioni. Infine, i programmi IBCM dovrebbero utilizzare strumenti e pratiche standardizzate dell'OMS. In questo modo se ne ottimizzerebbe il potenziale, poiché la gestione IBCM potrebbe assurgere da modello da applicare ad altre malattie zoonotiche complesse. Non dimentichiamo, infatti, che gli approcci integrati One Health sono vitali per affrontare le zoonosi endemiche ed emergenti e per la resistenza antimicrobica
Implementing a One Health Approach to Rabies Surveillance: Lessons From Integrated Bite Case Management
Catherine Swedberg, Stella Mazeri, Richard J. Mellanby, Katie Hampson, Nai Rui Chang.
https://doi.org/10.3389/fitd.2022.829132
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