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09 Gennaio 2026

Canili, da 2026 nuove regole obbligatorie. Che cosa cambia per gestione, sicurezza e controlli veterinari

Dal luglio 2026 entra in vigore il Manuale gestionale per canili sanitari e rifugi: più tracciabilità, obblighi formali, controlli annuali e direttore sanitario obbligatorio. Restano aperte criticità su standard strutturali e uniformità regionale

di Redazione Vet33


Canili, da 2026 nuove regole obbligatorie. Che cosa cambia per gestione, sicurezza e controlli veterinari

Dal 2026 i canili sanitari e i rifugi saranno equiparati a tutti gli effetti a stabilimenti di sanità animale, con nuovi obblighi gestionali, di biosicurezza, tracciabilità e controllo veterinario. Lo prevede il Manuale gestionale introdotto dal Decreto del Ministero della Salute del 14 febbraio 2025, che diventerà applicabile dal 22 luglio 2026. Una riforma attesa, pensata per elevare gli standard di benessere e uniformare le pratiche di gestione su tutto il territorio nazionale, ma che si scontra con un sistema canili ancora eterogeneo, segnato da forti differenze regionali, carenze strutturali e un modello economico fondato su logiche di appalto al ribasso.

Canili come stabilimenti di sanità animale: cosa dice la nuova norma

Dal 2026 i canili sanitari e i canili rifugio rientreranno nella definizione di stabilimenti prevista dalla normativa di sanità animale. Questo comporta obblighi rafforzati per tutte le strutture che detengono cani:
● adozione di un manuale gestionale interno;
● presenza obbligatoria del direttore sanitario veterinario;
● tracciabilità completa delle entrate e uscite attraverso la Banca Dati Nazionale;
● gestione strutturata del farmaco veterinario;
● applicazione di misure di biosicurezza;
● controllo veterinario almeno annuale, con trasmissione di una relazione ai servizi territoriali.
L’obiettivo dichiarato del Ministero è uniformare gli standard minimi, ridurre la frammentazione normativa e migliorare la qualità delle pratiche gestionali.
Tuttavia, l’efficacia della riforma dipenderà in gran parte dalla capacità delle autorità sanitarie di controllare le strutture, dalle risorse economiche disponibili per adeguamenti e investimenti, da azioni parallele di prevenzione del randagismo (sterilizzazioni, microchip, campagne di responsabilizzazione) e da politiche attive di adozione.
Senza queste condizioni, il rischio è che la riforma si traduca in un insieme di adempimenti formali, senza produrre un miglioramento reale della qualità di vita degli animali.

Il nodo degli spazi e le disparità regionali

Il Manuale introduce un approccio più rigoroso nella gestione sanitaria, ma non modifica uno dei punti più critici del sistema canili: gli standard strutturali, in particolare la metratura dei box.
Il Decreto richiama la necessità di spazi “adeguati alle esigenze etologiche”, ma delegando ancora alle Regioni la determinazione dei requisiti minimi. Oggi, in diverse realtà italiane un cane di taglia media può disporre di soli 4-6 m², con spazi coperti e scoperti spesso insufficienti, e una forte variabilità tra territori.
La mancanza di un criterio nazionale univoco fa sì che la qualità della vita degli animali dipenda ancora dalla normativa locale e dalla capacità economica dei gestori.

Un sistema eterogeneo

Il nuovo Manuale si innesta in un contesto ampiamente problematico. Il sistema canili italiano presenta differenze profonde tra strutture pubbliche, rifugi privati ben gestiti e realtà dove le condizioni di detenzione sono lontane dagli standard auspicabili.
La legge quadro 281/1991 rimane il riferimento normativo principale, con 30 anni di stratificazioni e disomogeneità. All’epoca, tale legge introdusse novità importanti come le sterilizzazioni obbligatore, ma l’applicazione della normativa è stata altalenante, spesso priva di controlli efficaci.
Uno dei problemi più gravi è il meccanismo delle aste al ribasso: il Comune fissa una diaria giornaliera per cane e i gestori competono offrendo prezzi sempre più bassi. Il rischio è comprimere costi e standard gestionali, con il cane che diventa “merce” che genera introiti.
In Italia il costo medio giornaliero dichiarato in molti bandi oscilla tra 4 e 6 euro a cane, cifre spesso insufficienti per garantire benessere, personale qualificato e percorsi di adozione.

Mancanza di dati: quanti cani ci sono nei canili italiani?

Non esiste una stima nazionale aggiornata e verificabile. Il Sistema di identificazione nazionale degli animali da compagnia (Sinac) fotografa una parte del fenomeno, ma molti dati non sono completi. Per esempio, i rifugi privati non convenzionati sfuggono alla rilevazione. Il numero reale degli animali ospitati resta sconosciuto.
Nel 2024 una vasta operazione dei Carabinieri del NAS condotta su canili e gattili, strutture ricettive, allevamenti e centri di addestramento, ma anche negozi di animali e pet food, ha permesso di individuare almeno 100.000 cani ospitati nei canili pubblici delle Regioni aderenti al sistema, con oltre l’80% concentrato in sole 5 Regioni (Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia). Dall’operazione è emerso che diverse strutture ospitavano una media di oltre 300 cani, in condizioni di sovraffollamento.

TAG: BENESSERE ANIMALE, CANILI, CONTROLLI, NAS, SINAC, TRACCIABILITà

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