Gatti
07 Aprile 2025Mentre i cani dominano la scena della pet therapy, nuove ricerche scientifiche dimostrano che anche la cat therapy può ridurre lo stress e migliorare la qualità della vita, con effetti positivi sulla salute fisica e mentale dei pazienti

Un recente studio condotto dalla Washington State University in collaborazione con dei ricercatori belgi ha dimostrato che anche i gatti possono essere impiegati con successo nei programmi di pet therapy per ridurre i livelli di ansia, abbassare la pressione sanguigna e migliorare l’umore dei pazienti. Sebbene i cani siano storicamente i protagonisti degli interventi assistiti con animali (Iaa), anche l’interazione con i felini si rivela efficace per promuove il benessere psicofisico, in particolare in ambito geriatrico, psichiatrico e in contesti di recupero post-operatorio. In Belgio, per esempio, i gatti sono già utilizzati in programmi di riduzione dello stress, mentre in Italia iniziano a farsi spazio in alcuni ospedali.
Storicamente, i cani sono considerati gli animali ideali per la pet therapy, grazie alla loro indole socievole e alla facilità con cui si possono addestrare. Tuttavia, una ricerca pubblicata sulla rivista Animals suggerisce che anche i gatti possiedono caratteristiche comportamentali adatte ai programmi di assistenza emotiva.
Lo studio, condotto da Patricia Pendry della Washington State University in collaborazione con un gruppo di ricercatori belgi, ha analizzato centinaia di casi in Belgio, identificando differenze chiave tra gatti impiegati in Iaa e altri felini, ed evidenziando che alcuni possiedono tratti comportamentali simili a quelli dei cani da terapia.
“L’obiettivo è dimostrare che alcuni gatti apprezzano questo tipo di interazione e, nel contesto giusto, possono fornire un supporto significativo” ha analizzato Pendry. “C’è la percezione che i gatti non siano adatti a questo tipo di lavoro, ma il nostro studio dimostra che alcuni gatti potrebbero essere molto proficui in questi contesti”.
I gatti studiati hanno mostrato un’elevata socievolezza verso gli esseri umani e verso altri animali, una buona tolleranza alla manipolazione (inclusa la predisposizione a essere presi in braccio) e hanno manifestato una ricerca attiva di attenzioni e interazione con le persone. Inoltre, a differenza dei cani impegnati per la pet therapy, i felini non richiedono un addestramento specifico.
“L’obiettivo dello studio – ha sottolineato Patricia Pendry – non è quello di promuovere da un giorno all’altro l’inserimento di gatti nel lavoro terapeutico. Alcuni felini potrebbero però davvero apprezzare questo tipo di interazione e, nel contesto giusto, potrebbero fornire un supporto significativo alle persone che ne hanno bisogno. Dopotutto – ha aggiunto – se c’è un animale che può trasformare il semplice oziare e ricevere affetto in una vera e propria carriera professionale, quello è proprio il gatto”.
In Belgio, i gatti sono già utilizzati in programmi di riduzione dello stress, soprattutto in ambienti dove è preferibile la presenza silenziosa dei felini all’energia dei cani.
Negli Stati Uniti, invece, la pratica è ancora poco diffusa, con campus e ospedali concentrati esclusivamente sui cani.
In Italia esistono già diversi progetti che coinvolgono i gatti nella terapia assistita: due tra i principali sono portati avanti dall’associazione Frida’s Friends e si svolgono negli ospedali Fatebenefratelli Sacco e Niguarda di Milano.
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