Influenza aviaria
19 Maggio 2026Uno studio sierologico del Friedrich-Loeffler-Institut su 987 mammiferi selvatici nel nord-est della Germania rileva anticorpi H5 nel 12,5-21,9% dei carnivori e nel 3,5% dei cinghiali. Implicazioni per la sorveglianza One Health, inclusi cani da caccia e gatti liberi

Tra il 3,5% e il 21,9% dei mammiferi selvatici cacciati nel nord-est della Germania tra dicembre 2023 e febbraio 2025 presentava anticorpi specifici per il sottotipo H5 dell’influenza aviaria ad alta patogenicità. È quanto emerge da uno studio sierologico pubblicato su Emerging Infectious Diseases dal Friedrich-Loeffler-Institut, che ha testato 987 animali appartenenti a dieci specie – carnivori, cinghiali e ruminanti selvatici – in un’area caratterizzata da elevata densità di uccelli acquatici migratori. I ruminanti selvatici sono risultati sieronegativi; i carnivori, in particolare volpi, procioni e cani viverrini, mostrano i tassi di sieroprevalenza più elevati. Lo studio si inserisce nel filone di ricerca sull’espansione di H5N1 nei mammiferi già documentata nel seme bovino.
I ricercatori hanno raccolto campioni da 644 predatori cacciati e 343 ungulati in Meclemburgo-Pomerania anteriore, regione del nord-est tedesco caratterizzata da importanti aree costiere e insulari lungo le rotte migratorie degli uccelli acquatici. Le specie campionate tra i carnivori includevano volpi rosse, procioni, cani viverrini, faine e puzzole; tra gli ungulati, cervi, caprioli, cinghiali e mufloni. Tutti i 980 campioni di tampone nasale, polmone e cervello sono risultati negativi alla RT-PCR per influenza A, confermando l’assenza di infezione attiva al momento del prelievo. La sieroprevalenza è stata invece valutata tramite ELISA per nucleoproteina e ELISA specifico per H5, con conferma su un sottocampione tramite test di sieroneutralizzazione.
La sieroprevalenza per anticorpi H5 specifici nei carnivori varia tra il 12,5% e il 21,9% a seconda della specie. Procioni, volpi e cani viverrini mostrano i valori più elevati. Il 3,5% dei cinghiali è risultato sieropositivo per H5; tutti gli individui positivi appartenevano a gruppi familiari che frequentavano zone associate a corsi d’acqua, dove la probabilità di contatto con uccelli acquatici è maggiore. I ruminanti selvatici – cervi, caprioli, mufloni – sono risultati interamente sieronegativi, coerentemente con la loro dieta erbivora e la minore probabilità di contatto diretto con uccelli infetti o carcasse.
L’analisi di regressione multivariabile sui dati relativi alle volpi dell’isola di Rügen ha identificato la vicinanza ai corsi d’acqua come fattore di rischio indipendente per la sieropositivà H5 (p<0,0001). La sieroprevalenza aumenta con l’età: l’11,6% delle volpi giovani e il 23,5% degli adulti sono risultati positivi per anticorpi H5 specifici.
Gli autori richiamano l’attenzione sul ruolo potenziale dei cinghiali come “mixing vessel” per virus influenzali di origine suina, umana e aviaria. Ogni infezione da H5N1 in una specie mammifero rappresenta un’opportunità per l’accumulo di mutazioni adattative. La sieroprevalenza nei cinghiali, sebbene bassa, è considerata un segnale da monitorare, anche alla luce della variabilità di suscettibilità documentata in esperimenti su suini domestici con diversi genotipi di H5N1.
Gli autori raccomandano una sorveglianza continua nelle specie selvatiche, in particolare nelle aree umide ad alta densità di uccelli acquatici. Questa raccomandazione si estende anche agli animali domestici presenti in zone ad alto rischio: gatti liberi e cani da caccia sono indicati come potenziali ponti di trasmissione tra la fauna selvatica e le famiglie.
TAG: CINGHIALI, GERMANIA, H5N1, INFLUENZA AVIARIA, ONE HEALTH, PROCIONI, VOLPISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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