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22 Aprile 2026

IVA sulle prestazioni veterinarie, la posizione di Fnovi ed Enpav al Consiglio di Varese

In occasione del Consiglio Nazionale Fnovi di Varese, la Federazione ed Enpav hanno presentato un documento congiunto sull’IVA sulle prestazioni veterinarie, chiedendo la riduzione dall’attuale 22% al 10% in nome del ruolo di sanità pubblica della medicina veterinaria

di Redazione Vet33


IVA sulle prestazioni veterinarie, la posizione di Fnovi ed Enpav al Consiglio di Varese

In Italia, portare un cane dal veterinario è tassato come l’acquisto di un bene di lusso. L’aliquota IVA del 22% sulle prestazioni veterinarie è la stessa che viene applicata a prodotti e servizi non essenziali, di fatto parificando la cura degli animali a una spesa voluttuaria e al tempo stesso scoraggiando la diagnosi precoce, penalizzando le fasce di reddito più basse e ostacolando la prevenzione in ottica One Health. Per questi motivi Fnovi ed Enpav hanno presentato al Consiglio Nazionale di Varese un documento congiunto, con l’obiettivo di trasformare una richiesta di categoria in una proposta di politica sanitaria e sociale: la riduzione al 10%, con possibile esenzione per alcune prestazioni legate a obblighi di legge o a politiche di sanità pubblica, come vaccinazioni e sterilizzazioni per il contrasto al randagismo. Il quadro normativo oggi non è più un ostacolo, poiché il Regolamento Ue 2022/542 consente ora agli Stati membri di applicare aliquote ridotte ai servizi veterinari.

Il problema: il 22% che equipara la cura animale a un bene di lusso

Le prestazioni veterinarie in Italia sono soggette all’aliquota IVA ordinaria del 22%, in quanto non classificate come prestazioni sanitarie “alla persona” esenti. Questo trattamento fiscale genera un’anomalia strutturale: la cura degli animali è tassata allo stesso livello di beni e servizi non essenziali, mentre i medicinali veterinari godono già dell’aliquota ridotta al 10%.

Le conseguenze pratiche sono molteplici. Per i proprietari di animali da compagnia, il carico fiscale scoraggia la diagnosi precoce e gli accertamenti preventivi: l’IVA alta diventa un disincentivo concreto alla prevenzione, con ricadute che nel tempo aumentano i costi sanitari sia privati che pubblici. Per le fasce di reddito più basse, il 22% può tradursi nell’impossibilità di sostenere cure ordinarie. Per il sistema nel suo complesso, l’aliquota elevata contribuisce all’evasione fiscale nel settore, riducendo la tracciabilità dei pagamenti che sarebbe necessaria per le detrazioni IRPEF.

Le proposte: riduzione al 10%, esenzione selettiva, allineamento europeo

Il documento Fnovi-Enpav si articola su più livelli:

Riduzione IVA al 10%: la proposta principale, sostenuta anche da altri stakeholder del settore, mira ad allineare l’aliquota sulle prestazioni veterinarie al livello già applicato ai medicinali veterinari. Questa asimmetria attuale genera distorsioni operative rilevanti: il veterinario acquista il farmaco al 10% e lo cede al paziente nell’ambito della prestazione al 22%, con un onere amministrativo aggiuntivo e un danno economico per il cliente finale.

Esenzione per prestazioni specifiche: per alcune categorie di atti veterinari riconducibili a obblighi di legge o a politiche di sanità pubblica, come l’identificazione e registrazione degli animali, le vaccinazioni e le sterilizzazioni per il contrasto al randagismo, si propone l’esenzione totale dall’IVA.

Riduzione sul pet food: Assalco e altri operatori sostengono la riduzione dell’IVA sul pet food dal 22% al 4%, considerandolo un bene essenziale al pari degli alimenti per consumo animale.

Il quadro normativo europeo: l’ostacolo non esiste più

Per anni, uno degli argomenti contrari alla riduzione è stato il vincolo normativo comunitario. Il Regolamento Ue 2022/542 ha modificato la direttiva IVA, concedendo agli Stati membri maggiore flessibilità nella definizione delle aliquote. L’allegato III della direttiva 2006/112/CE è stato aggiornato per includere attività che sostengono la transizione verde e la salute pubblica; la veterinaria medicina rientra esplicitamente in questo perimetro. La riduzione dell’IVA sulle prestazioni veterinarie è ora, come afferma il documento, “una scelta politica nazionale”, non un impedimento di diritto europeo.

Il sistema attuale delle agevolazioni

Allo stato attuale, il sistema di sostegno si basa sulla detrazione IRPEF del 19% sulle spese veterinarie, applicabile sulla quota eccedente la franchigia di 129,11 euro fino a un tetto massimo di 550 euro. Un tetto giudicato insufficiente a coprire le spese in caso di patologie croniche o interventi complessi. Il Bonus Animali Domestici 2026 è stato confermato senza modifiche sostanziali. Fnovi sostiene che le detrazioni debbano essere potenziate e rese concomitanti alla riduzione dell’aliquota IVA per produrre un effetto reale sul comportamento dei proprietari.

L’effetto emersione: la riduzione che potrebbe (parzialmente) autofinanziarsi

Il documento include un’analisi di sostenibilità economica che merita attenzione. Una riduzione dell’IVA al 10% renderebbe la fatturazione e la tracciabilità molto più accettabili per l’utente finale, incentivando la compliance fiscale e riducendo l’evasione nel settore. Questo “effetto emersione” potrebbe parzialmente compensare la perdita di gettito, attenuando la preoccupazione del Ministero dell’Economia. A rafforzare questa valutazione, il fatto che numerosi medici veterinari operano già in regime forfettario, con esonero dall’IVA: la riduzione del gettito fiscale sarebbe quindi meno impattante di quanto si possa stimare in prima battuta.

TAG: ASSALCO, CONSIGLIO NAZIONALE, CURE VETERINARIE, DETRAZIONE IRPEF, ENPAV, FNOVI, IVA, ONE HEALTH, PETFOOD, RANDAGISMO, VACCINAZIONI

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