Gatti
25 Novembre 2025La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’allevatore altoatesino: definitive la multa da 20mila euro, la confisca dei 10 gatti leopardo e il risarcimento a Enpa. La vicenda riaccende l’attenzione sugli ibridi “di moda” e sui rischi per benessere animale e sicurezza

Una condanna definitiva nella lotta ai traffici illegali di fauna selvatica: la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza del Tribunale di Bolzano contro l’allevatore altoatesino responsabile della detenzione e dell’allevamento clandestino di gatti leopardo utilizzati per produrre esemplari ibridi dall’aspetto “wild”. Dieci esemplari protetti CITES sono stati confiscati, insieme a una sanzione da 20.000 euro e al risarcimento in favore di Enpa, che si è costituita parte civile. Il caso riporta al centro il problema della produzione di animali “di tendenza”, spesso legata a sofferenza, illegalità e rischi sottovalutati.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato Kuppelwieser, rendendo definitiva la condanna emessa dal Tribunale Penale di Bolzano. La sentenza prevede un’ammenda da 20.000 euro, la confisca di 10 gatti leopardo detenuti senza autorizzazione e un risarcimento di 5.000 euro a Enpa, parte civile tramite l’avvocato Claudia Ricci.
I felini appartenevano a specie protette dalla normativa CITES e venivano allevati illegalmente, senza alcuna autorizzazione e in violazione delle norme che proteggono le specie a rischio di estinzione, per ottenere ibridi commercializzati come “gatti del Bengala”.
Il caso ha messo in luce un sistema illecito basato sull’uso di animali selvatici per la produzione di incroci dall’aspetto esotico, molto richiesti dal mercato degli animali da compagnia.
Benché il gatto del Bengala sia oggi diffuso, la sua origine deriva da incroci con felini selvatici, e la produzione non autorizzata può:
● violare normative internazionali sulla tutela delle specie,
● generare sofferenza negli animali utilizzati come fattrici o maschi riproduttori,
● alimentare un mercato opaco e difficile da controllare.
“È un risultato importante nel contrasto costante al commercio di animali, spesso – come in questo caso – attuato con modalità illegali”, ha dichiara Carla Rocchi, Presidente nazionale Enpa. “La ricerca di una certa bellezza tipica del selvatico, o di comportamenti ‘da predatore’, nasconde un mondo fatto di grandi sofferenze. Gli animali impiegati per l’ibridazione vivono spesso come fattrici o riproduttori, privati di qualsiasi benessere, per produrre cuccioli con un certo tipo di mantello o comportamento. Ma dietro a un gattino con il manto da leopardo, c’è una filiera di dolore”.
Uno dei punti sollevati da Enpa riguarda la persistenza dell’indole selvatica negli ibridi, anche quando tecnicamente “commercializzabili”.
“Anche quando l’ibridazione raggiunge generazioni ‘legalmente commerciabili’ non è affatto detto che l’indole selvatica sia scomparsa” spiega l’avvocato dell’Enpa Claudia Ricci. “Questo comporta gravi conseguenze in termini di responsabilità per chi li detiene, perché si tratta di animali imprevedibili, difficili da gestire e potenzialmente pericolosi”.
Per i medici veterinari questo comporta un maggiore rischio di incidenti domestici, una difficoltà di gestione comportamentale e la necessità di un’educazione e di un ambiente adeguati, spesso sottovalutati dai proprietari attratti dall’aspetto.
Il caso di Bolzano non è un episodio isolato. Enpa ricorda altre vicende giudiziarie che ha già seguito in passato e che hanno riguardato serval detenuti illegalmente, lupi cecoslovacchi ibridati senza autorizzazione, o allevamenti di animali esotici o semi-selvatici gestiti senza criteri di benessere e tracciabilità. La richiesta dell’associazione è chiara: servono norme più severe e controlli più stringenti sulla detenzione, il commercio e l’allevamento di animali ibridi, nonché una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini.
CITATI: CARLA ROCCHI, CLAUDIA RICCISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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