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16 Aprile 2025Colossal Biosciences ha annunciato la nascita di tre lupi geneticamente modificati che richiamano l’enocione, ma il clamore mediatico suscitato dalla notizia solleva interrogativi su costi, validità scientifica e implicazioni ecologiche di una de‑estinzione “funzionale”

Alcuni giorni fa, l’azienda statunitense Colossal Biosciences, con il supporto di testate come Time e il New Yorker, ha esibito in esclusiva tre cuccioli di “metalupo”, un animale estinto più di 10.000 anni fa. Ma dietro l’effervescenza dell’annuncio si celano costi astronomici, controversie scientifiche e un acceso dibattito etico che mette in discussione il reale valore di riportare in vita specie che da secoli non popolano più il nostro pianeta.
La scorsa settimana è iniziata con una notizia che ha scosso il mondo della genetica, della conservazione, e gli ambienti scientifici più in generale. Molte testate giornalistiche hanno riportato che l’azienda Colossal Biosciences, il cui obiettivo è riportare in vita specie ormai estinte, ha proclamato di aver “resuscitato” l’enocione, un antico lupo (noto ai più come “metalupo” per via della serie televisiva Game of Thrones). L’annuncio, diffuso dai media con entusiasmo e accompagnato anche da video e fotografie dei tre cuccioli, chiamati con nomi epici (Romulus, Remus e Khaleesi), ha innescato una frenesia di attenzione da parte della stampa e della comunità scientifica internazionale.
Tuttavia, sebbene il risultato potrebbe rappresentare un significativo passo avanti nell’applicazione delle moderne tecniche di ingegneria genetica, il clamore sollevato porta con sé diversi elementi di discussione. Pima di tutto poiché non si tratta di veri e propri esemplari di enocione ma, come ha scritto il giornalista Carl Zimmer sul New York Times, di “un clone di lupo grigio con 20 modifiche genetiche e alcune caratteristiche tipiche del metalupo”.
Le questioni sollevate da questa notizia sono parecchie. In primo luogo, i costi esorbitanti di tale operazione desterebbero il sospetto che risorse notevoli potrebbero essere impiegate meglio, per esempio nella vera conservazione della biodiversità, come per la protezione di specie attualmente a rischio di estinzione.
In secondo luogo, il linguaggio promozionale adottato dall’azienda ha in parte travisato il concetto di de‑estinzione: non si tratta, infatti, di una vera e propria de‑estinzione, nel senso classico del termine, ma di un approccio di “de‑estinzione funzionale” basato sulla clonazione di lupi grigi a cui sono state introdotte modifiche genetiche selezionate per riprodurre alcuni tratti fenotipici dell’enocione. I tre lupi, infatti, hanno soltanto venti geni degli enocioni, mentre potrebbero essercene state altre centinaia oppure addirittura migliaia a distinguerli dall’odierna specie di lupo grigio.
Inoltre, al momento, il protocollo utilizzato non è stato ancora pubblicato su alcuna rivista scientifica sottoposte a peer review, alimentando il dibattito sulla reale validità e utilità dell’esperimento. Molti esperti sottolineano che queste modifiche riguardano solo tratti superficiali –dimensioni, tipologia del pelo e forma del cranio – e non affrontano aspetti fondamentali come il comportamento. Di conseguenza, sebbene i cuccioli siano stati accolti come un importante traguardo tecnologico, la loro utilità per scopi ecologici e di conservazione resta fortemente contestata.
Il dibattito si amplia ulteriormente quando si considerano le conseguenze etiche ed ecologiche: reintrodurre una specie, seppur in forma “modificata”, in un ecosistema dove da millenni non esiste più, potrebbe creare squilibri imprevedibili, con ripercussioni su altre popolazioni animali e sulla biodiversità.
Colossal Biosciences, nata nel 2021, ha l’obiettivo di riportare in vita animali estinti attraverso nuove tecnologie genetiche, dai mammut ai tilacini. Analizzando il DNA antico derivante dai resti di questi animali, confrontandolo con quello dei loro parenti più stretti ancora viventi, l’azienda lavora per trovare le differenze genetiche da reinserire nelle specie odierne. I primi tentativi sono stati però più difficili del previsto, soprattutto nell’identificare e replicare la grande quantità di mutazioni tra gli animali estinti e le specie a loro oggi più affini. Un paio di anni fa alcuni ricercatori hanno deciso di provare con specie più semplici come l’enocione, cani molto studiati dal punto di vista genetico, sia per comprendere meglio le caratteristiche, sia per provare a clonarli e a effettuare impianti con i loro embrioni.
Nel complesso, mentre la società continua a promuovere il proprio esperimento come una svolta nel campo della de‑estinzione, sostenendo che tali attività siano importanti non solo per approfondire le conoscenze sulle tecniche di modifica genetica, ma anche per assistere le attività di conservazione di specie in pericolo di estinzione, il dibattito rimane aperto su quali siano le reali implicazioni. I prossimi anni saranno fondamentali per verificare se la de‑estinzione funzionale possa tradursi in benefici tangibili per il progresso della scienza o se, al contrario, si rivelerà semplicemente un esercizio di stile con importanti costi e rischi per l’ecosistema.
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