Ricerca
04 Novembre 2026In uno studio su 108 broiler, Campylobacter jejuni resta a livelli elevati nell’intestino fino a 41 giorni dall’infezione, nonostante la produzione di anticorpi. La ricerca IZSAM e Università di Teramo è pubblicata su Foods

Gli anticorpi compaiono, ma il batterio non se ne va. Un gruppo di ricerca dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM) e dell’Università di Teramo ha seguito per 41 giorni dei broiler infettati sperimentalmente con Campylobacter jejuni. La carica intestinale cala nel tempo ma resta elevata, mentre la risposta immunitaria sistemica dell’ospite non riesce a interrompere la colonizzazione. Secondo gli autori, comprendere questo equilibrio è il presupposto per ridurre la presenza del batterio in allevamento, prima che arrivi al macello.
Nell’Unione Europea la campilobatteriosi è la malattia gastrointestinale di origine alimentare segnalata con maggiore frequenza. Le carni di pollo e di altri volatili sono tra i principali veicoli di trasmissione all’uomo. Il nodo epidemiologico sta in un’asimmetria. Nell’uomo l’infezione causa malattia. Nel pollo, invece, Campylobacter jejuni può raggiungere cariche intestinali molto elevate senza segni clinici evidenti né lesioni rilevanti. Un animale apparentemente sano può quindi portare il batterio fino alla macellazione e alla lavorazione, fasi in cui le carcasse rischiano di contaminarsi.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Foods con il titolo “Persistent Intestinal Colonisation and Systemic Immune Activation Following Experimental Campylobacter jejuni Infection in Broiler Chickens”, coordinata da Chiara Di Pancrazio e Francesca Marotta, del Laboratorio Nazionale di Riferimento per Campylobacter dell’IZSAM.
Lo studio ha coinvolto 108 polli da carne, divisi in un gruppo infettato sperimentalmente e in un gruppo di controllo. Gli animali sono stati seguiti fino a 41 giorni dall’infezione. In questo periodo i ricercatori hanno misurato in parallelo due aspetti: l’andamento della colonizzazione intestinale e l’evoluzione della risposta immunitaria. Per la risposta immunitaria sono stati valutati gli anticorpi e i livelli ematici di citochine e chemochine.
Il batterio si insedia rapidamente nell’intestino e vi rimane a lungo. La carica di Campylobacter jejuni diminuisce con il passare delle settimane, ma a 41 giorni dall’infezione è ancora elevata. Secondo gli autori, il quadro è quello di una convivenza stabile tra ospite e batterio, senza malattia clinicamente evidente.
«Il sistema immunitario riconosce la presenza del batterio e reagisce», spiega Di Pancrazio, «ma questa risposta non è sufficiente a eliminarlo dall’intestino. Si crea così una condizione di equilibrio che permette a Campylobacter jejuni di persistere senza provocare una malattia evidente nell’animale».
Nei soggetti infettati gli anticorpi sono aumentati, compresi quelli specifici contro Campylobacter jejuni. Anche alcune molecole che regolano la risposta immunitaria hanno mostrato variazioni nel corso dell’osservazione, segno di un’attivazione dell’organismo. Nel complesso, però, la risposta sistemica è risultata moderata e variabile da un animale all’altro. Non è stata sufficiente a interrompere la colonizzazione.
Secondo Marotta, è stato proprio il disegno longitudinale a far emergere questa dinamica. «Monitorare nel tempo la colonizzazione del batterio e analizzare contemporaneamente la risposta immunitaria ci ha permesso di vedere come l’infezione persista nonostante la produzione di anticorpi. Capire questo delicato equilibrio ci aiuterà a sviluppare strategie per ridurre la presenza di Campylobacter negli allevamenti, prima della macellazione e della lavorazione delle carni».
Lo studio ha misurato marcatori nel sangue, cioè la componente sistemica della risposta. Gli autori indicano come passo successivo l’approfondimento della risposta immunitaria locale, a livello intestinale. Secondo i ricercatori, i risultati potranno anche contribuire a valutare strategie preventive, tra cui vaccini e interventi sul microbiota intestinale. L’obiettivo è abbassare la carica del batterio nell’intestino dei polli, così da limitarne la diffusione lungo la filiera avicola e ridurre il rischio di trasmissione all’uomo attraverso gli alimenti.
CITATI: CHIARA DI PANCRAZIO, FRANCESCA MAROTTASe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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