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04 Novembre 2026Uno studio di Oxford pubblicato su Science, basato su vent’anni di tracciati GPS, mostra che i voli rapidi lungo l’asse est-ovest sfasano l’orologio interno della berta minore e ne distorcono la bussola solare

Non serve un volo intercontinentale per soffrire di jet lag: può bastare spingersi in mare aperto per centinaia di chilometri verso ovest. È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Oxford pubblicata su Science. Secondo lo studio, nella berta minore (Puffinus puffinus) lo sfasamento tra orologio circadiano e ora locale si traduce in errori di orientamento misurabili durante il rientro alla colonia.
Tra i diversi riferimenti che gli uccelli usano per orientarsi, il sole ha un ruolo centrale. Per usarlo come bussola, però, l’animale deve correggere di continuo la direzione di volo in base alla posizione dell’astro, che cambia nel corso della giornata. Un uccello diretto a sud vede il sole alla propria sinistra al mattino e alla propria destra verso il tramonto. Questa compensazione dipende dall’orologio interno, lo stesso sistema che regola i cicli di sonno e attività. Se l’orologio non corrisponde più all’ora locale, la lettura della posizione del sole risulta falsata e con essa la rotta.
Per verificare l’ipotesi, il gruppo di ricerca ha analizzato i tracciati GPS raccolti in due decenni su 1.045 berte minori in fase riproduttiva. Gli individui provenivano da colonie insediate su isole al largo della Gran Bretagna. Durante i viaggi di foraggiamento questi uccelli possono spingersi fino a circa 1.000 chilometri verso ovest, nell’Atlantico.
Incrociando la posizione degli animali con il movimento apparente del sole, i ricercatori hanno stimato l’errore di direzione atteso nel caso in cui l’orologio interno di ciascun uccello fosse rimasto sincronizzato sull’ora dell’alba. Le rotte effettivamente seguite nei 335 voli di rientro compiuti lontano dalla vista della costa sono risultate molto vicine a quelle previste dal modello.
Patrick Lewin, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Oxford e tra i coordinatori dello studio, sottolinea l’analogia con l’uomo: «Il meccanismo che osserviamo, cioè lo sfasamento tra orologio interno e ora esterna dovuto agli spostamenti in longitudine, è esattamente lo stesso che provoca il jet lag nell’uomo».
Un secondo risultato riguarda la persistenza della bussola solare anche quando sono disponibili altri riferimenti. Lungo le coste, dove il profilo della terraferma potrebbe bastare a guidare il volo, la distanza degli uccelli dalla riva variava comunque nella direzione prevista dagli errori legati all’orologio.
Tim Guilford, professore di comportamento animale all’Università di Oxford e anch’egli coordinatore della ricerca, propone una chiave di lettura. Nella maggior parte dei compiti di navigazione, gli animali combinerebbero una “mappa” e una “bussola”. Con la mappa stabiliscono dove si trovano rispetto alla meta, per esempio la colonia. Con la bussola traducono quell’informazione in movimento. Secondo gli autori, le berte continuerebbero a integrare i due sistemi anche in aree familiari, invece di affidarsi a uno solo.
Lewin avanza due possibili spiegazioni. La prima è che deviazioni contenute non generino una pressione selettiva sufficiente a eliminare il fenomeno. La seconda è che la bussola solare aiuti l’uccello a scegliere in quale verso seguire un elemento lineare come la costa. Anche la copertura nuvolosa non annullerebbe del tutto il sistema: le evidenze disponibili suggeriscono che gli uccelli percepiscano la luce polarizzata e possano stimare la posizione del sole, salvo cielo molto coperto.
Per ora lo studio si limita alla navigazione, e gli autori non hanno indagato altri effetti dello sfasamento. Il ricercatore osserva però che l’orologio interno regola anche alimentazione e riposo, che potrebbero quindi risultare a loro volta fuori tempo. Il punto ha un possibile risvolto ecologico. Le berte minori cacciano soprattutto poco dopo l’alba e prima del crepuscolo, quando le prede si avvicinano alla superficie, e un periodo di riposo collocato nel momento sbagliato potrebbe far perdere un’occasione di alimentazione.
Nell’uomo il jet lag provoca disturbi a breve termine ed è stato associato a problemi di salute a lungo termine in chi vi è esposto di frequente, come piloti e assistenti di volo. Non è noto se negli uccelli esistano conseguenze analoghe. Secondo Lewin, specie come la berta minore, abituate a spostamenti rapidi e ripetuti in senso est-ovest, potrebbero aver sviluppato adattamenti per tollerare queste alterazioni ricorrenti. Il ricercatore ipotizza che, una volta chiariti, questi meccanismi potrebbero offrire spunti per prevenire o trattare il jet lag nell’uomo. Si tratta per ora di una prospettiva di ricerca e non di un risultato dello studio.
CITATI: PATRICK LEWIN, TIM GUILFORDSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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