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16 Aprile 2026L'aggiornamento delle linee guida sulla canine chronic inflammatory enteropathy ridisegna l'iter diagnostico-terapeutico: il trial dietetico è la prima mossa, gli antibiotici escono dalla cascade. Cosa cambia nella pratica clinica quotidiana

Per anni, l’antibiotico ha fatto parte in modo quasi automatico della gestione iniziale del cane con segni gastrointestinali cronici. Le nuove linee guida dell’American College of Veterinary Internal Medicine (Acvim) sulla chronic inflammatory enteropathy (CIE) del cane, pubblicate sul Journal of Veterinary Internal Medicine, tracciano una direzione diversa e più netta: gli antibiotici non sono più raccomandati nei cani con sospetta CIE e il loro uso empirico e prolungato va scoraggiato. Al loro posto, il trial dietetico strutturato diventa il primo strumento diagnostico e terapeutico da mettere in campo. Dietro a questa raccomandazione ci sono dati sull’impatto degli antibiotici sul microbioma intestinale, sull’antibioticoresistenza (Amr) e sull’efficacia reale nella CIE, che non giustificano più il loro uso di routine.
Le linee guida ACVIM 2026 aggiornano anche la terminologia. Il termine IBD (inflammatory bowel disease) è esplicitamente sconsigliato per evitare confusione con la malattia infiammatoria intestinale umana, che descrive un’entità patologica simile ma non identica. Il termine corretto è CIE, e la classificazione si basa sulla risposta terapeutica:
● CIE-FR (food-responsive): la forma più frequente, con una percentuale di risposta alla sola dieta compresa tra il 38% e l’89% dei casi. I segni clinici si risolvono con la modifica dietetica. La diagnosi è retrospettiva, basata sulla risposta al trial. Non richiede immunosoppressori né antibiotici.
● CIE-IR (immunosuppressant-responsive): comprende le forme che richiedono trattamento immunomodulante. Include le entità storicamente classificate come IBD, enteropatia con perdita proteica (PLE), linfangectasia, forme infiltrative. La diagnosi richiede conferma istologica.
Le linee guida includono nella CIE anche la PLE e la colite granulomatosa (GC) come fenotipi distinti, in assenza di evidenze che le configurino come entità separate.
L’enterite responsiva agli antibiotici, storicamente denominata ARE, non è più riconosciuta come categoria autonoma. La risposta alla tilosina, quando osservata, è di breve durata: le recidive dopo sospensione sono frequenti e la disbiosi intestinale può persistere a lungo termine.
Le linee guida propongono un approccio a gradini: due livelli di complessità (CIE-I e CIE-II) basati sulla valutazione clinica, con la biopsia intestinale riservata ai casi che non rispondono ai trial iniziali o con presentazione clinica grave.
Il punto di partenza è la valutazione clinica strutturata. In tutti i cani con segni gastrointestinali persistenti o ricorrenti, prima di qualsiasi trial terapeutico, vanno escluse le cause extra-intestinali attraverso un pannello diagnostico di base: emocromo, biochimica sierica con elettroliti, cobalamina, TLI, lipasi pancreatica specifica, cortisolo basale a riposo, parassitologia fecale ed ecografia addominale. L’urinalisi con rapporto proteine/creatinina è indicata nei soggetti ipoalbuminemici.
Una volta escluse le principali diagnosi differenziali, il primo intervento è il trial dietetico, con forza della raccomandazione strong. Il cane deve essere alimentato in modo esclusivo con una dieta terapeutica per un minimo di due settimane. La risposta clinica si attende entro 10-14 giorni. Se il cane risponde, la diagnosi è di CIE-FR e la dieta va mantenuta per almeno 12 settimane prima di tentare una transizione; nei soggetti con PLE il mantenimento a lungo termine è raccomandato. Se la risposta è parziale, si può valutare l’aggiunta di pre, pro o sinbiotici. In assenza di risposta, si procede a un secondo e possibilmente un terzo trial con una dieta diversa: le linee guida raccomandano di considerare almeno tre trial adeguati prima di scalare il trattamento.
Se il cane non ha risposto ad almeno tre trial dietetici correttamente eseguiti, il passo successivo è la biopsia intestinale, indispensabile per escludere il linfoma e per ottenere la conferma istologica dell’infiammazione prima di avviare l’immunosoppressione. Fanno eccezione i cani con ipoalbuminemia marcata o segni clinici gravi, nei quali la biopsia va anticipata senza attendere il completamento dei trial dietetici, poiché questi pazienti possono deteriorarsi rapidamente e la conferma istologica orienta il trattamento in modo determinante.
Nei casi confermati come CIE-IR, il farmaco di prima scelta è il prednisolone a dose immunosoppressiva, con scalaggio progressivo nell’arco di due-tre mesi in base alla risposta clinica. La risposta è tipicamente rapida, con un tempo mediano di cinque giorni. Nei soggetti corticosteroido-dipendenti o con effetti avversi significativi si aggiunge un immunosoppressore di seconda linea: azatioprina con monitoraggio ematologico, ciclosporina, o clorambucile nelle forme con PLE. Il budesonide rappresenta un’alternativa al prednisolone nelle forme a prevalente coinvolgimento intestinale, per il suo ridotto profilo di effetti sistemici.
In nessun punto compare il trattamento antimicrobico empirico. L’unica eccezione è la colite granulomatosa da AIEC, in cui la scelta dell’antibiotico deve essere guidata dall’antibiogramma su campioni bioptici mucosali.
La raccomandazione contro il trattamento antimicrobico empirico si basa su evidenze di livello moderato. La risposta alla tilosina nei cani con CIE è tipicamente di breve durata: le recidive dopo sospensione sono frequenti e la disbiosi intestinale può persistere a lungo termine. Dal punto di vista patogenetico, la CIE è caratterizzata da ridotta diversità microbica e aumento degli Enterobacteriaceae, una condizione su cui l’antibiotico non agisce in modo favorevole e che anzi può aggravare.
Sull’Amr, le implicazioni sono dirette: l’uso prolungato e non giustificato di metronidazolo e tilosina contribuisce alla selezione di resistenze, con ricadute sul singolo paziente e in chiave One Health.
Le linee guida raccomandano di considerare almeno 3 trial con diete diverse prima di procedere con l’immunosoppressione, poiché alcuni cani rispondono solo al terzo tentativo.
Dieta idrolizzata: le proteine sono frammentate enzimaticamente in peptidi di piccole dimensioni, al di sotto della soglia di attivazione del sistema immunitario. Indicata quando si sospetta sensibilizzazione a specifiche proteine alimentari.
Novel protein (dieta con proteina mai incontrata): si utilizza una fonte proteica a cui il cane non è mai stato esposto, in combinazione con un carboidrato singolo. Richiede un’anamnesi dietetica accurata e il rispetto rigoroso dell’esclusione di qualsiasi altro alimento, snack o integratore durante il trial.
Altre opzioni: diete ad alta digeribilità, arricchite in fibra, a bassissimo contenuto di grassi (particolarmente utili nella linfangectasia), o preparate in casa. La scelta va adattata alla storia dietetica, ai segni clinici e ai risultati diagnostici del singolo paziente.
Monitoraggio: la risposta va valutata con i punteggi clinici CIBDAI o CCECAI almeno settimanalmente. Una riduzione del punteggio superiore al 75% indica remissione completa; tra il 25% e il 75% risposta parziale; sotto il 25% assenza di risposta.
Fonti:
TAG: ACVIM, AMR, ANTIBIOTICI, CIE, DIETA, ENTERITE CRONICA INFIAMMATORIA, GASTROENTEROLOGIA, LINEE GUIDASe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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