Animali da Compagnia
05 Febbraio 2025Monitoraggio, formazione e comunicazione sono le chiavi per prevenire zoonosi note ed emergenti nei rifugi per animali. I dati di uno studio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Le strutture di ricovero per cani e gatti rappresentano un punto nevralgico per la salute pubblica e animale, ma l’assenza di piani di sorveglianza strutturati e il coinvolgimento di personale non formato adeguatamente espongono a rischi significativi. Uno studio condotto dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IzsVe), pubblicato su Frontiers in Veterinary Science, ha analizzato la presenza di zoonosi note, emergenti e trascurate nei rifugi del Nord-Est Italia. Sono stati coinvolti oltre 600 animali tra cani e gatti, sottoposti a campionamenti sierologici, molecolari e microbiologici, rivelando una significativa presenza di patogeni zoonotici come Leptospira spp., Leishmania infantum, Bartonella spp. e altri. I risultati evidenziano la necessità di un monitoraggio sanitario più strutturato e di programmi di formazione per gli operatori delle strutture, senza tralasciare la comunicazione del rischio, per mitigare il potenziale impatto delle zoonosi.
Nei rifugi per cani e gatti, l’elevato turnover di animali di età, razza e origine diversi, affollati in poco spazio, e la frequente presenza di personale volontario spesso non adeguatamente formato, rendono queste strutture ad alto rischio igienico-sanitario, sia per gli animali che vi si trovano che per l’uomo.
Un gruppo di ricercatrici dell’IszVe ha condotto uno studio sulla prevalenza di alcune zoonosi note, potenziali ed emergenti in rifugi per cani e gatti nel Nord-Est, al fine di raccogliere informazioni utili all’implementazione di misure di prevenzione e controllo della diffusione delle infezioni e ridurre il rischio di zoonosi per gli operatori. I risultati ottenuti rientrano nel progetto di ricerca RC 12/19 e sono stati pubblicati su Frontiers in Veterinary Science.
“Nonostante i controlli sanitari effettuati dai Servizi veterinari, ad oggi non esistono piani di sorveglianza strutturati e la gestione quotidiana delle strutture è svolta anche da personale non adeguatamente formato, che può esporsi direttamente a rischi per la salute e operare in modo errato rischiando la diffusione inconsapevole delle infezioni” spiega Alda Natale, direttrice della SCT3 – Padova, Vicenza e Rovigo e responsabile dello studio. “Per questo motivo è importante utilizzare un approccio condiviso, attraverso la collaborazione fra IzsVe, Asl, operatori sanitari delle strutture e associazioni di volontariato”.
Lo studio è stato condotto tra maggio 2021 e settembre 2022 su 389 gatti e 257 cani ospitati in rifugi dei servizi veterinari pubblici e appartenenti a colonie feline delle province di Padova, Venezia, Rovigo, Vicenza, Verona, Trento e Bolzano, mediante campionamento casuale e utilizzo di tecniche diagnostiche sierologiche, molecolari e microbiologiche. I campioni sono stati raccolti nel contesto del monitoraggio di routine e ripartiti per specie, sesso e classi di età.
Tra i diversi agenti patogeni individuati in laboratorio ci sono Leptospira spp., Brucella canis, Leishmania infantum, dermatofiti, parassiti gastrointestinali, batteri resistenti agli antimicrobici, Capnocytophaga spp., Bartonella spp., Norovirus, Rotavirus A, Cowpox virus, Mammalian Orthoreovirus, virus dell’Epatite E, SARS-CoV-2 e virus dell’Influenza A.
Al momento del campionamento sono state raccolte informazioni epidemiologiche, anamnestiche e cliniche: la maggior parte degli animali non presentava sintomi clinici (87,9% cani; 84,6% gatti) e solo una minima parte dei due gruppi presentava patologie complesse o multiple (1,2% cani; 2,1% gatti). I dati di sieropositività rispetto ad alcune zoonosi note, come Leishmania infantum (25% utilizzando cut-off ≥1:40; 3.89% con cut-off ≥1:160) e Leptospira spp. (44,3%) nei cani, e Bartonella henselae (70%) nei gatti, sono risultati in linea con ricerche e studi precedenti.
I gatti che hanno accesso all’ambiente esterno sono esposti ad agenti parassitari esterni (es. pulci, acari, zecche) o interni (per es. parassiti intestinali o polmonari). In questo caso, i gatti che vivono liberi o in colonia, non ricevendo una profilassi antiparassitaria regolare, sono frequentemente esposti e riesposti ai parassiti. In questi, l’infezione da Bartonella spp. veicolata dall’infestazione da pulci, può assumere una forma asintomatica o paucisintomatica.
La malattia può essere trasmessa all’uomo in seguito a morso/graffio di gatto infetto, e negli esseri umani l’infezione può evolvere in forme gravi, specialmente in persone giovani o immunodepresse. Poiché il trattamento farmacologico di questa infezione nei gatti a vita libera non è fattibile e potrebbe rivelarsi inefficace, le misure preventive devono concentrarsi sulla profilassi delle pulci per ridurre la probabilità di infezione nei gatti.
Per questo motivo, un’adeguata formazione per gli operatori può contribuire a migliorare l’approccio e la gestione degli animali, nonché a ridurre la probabilità di esposizione a ferite da morsi e graffi.
Uno scenario diverso riguarda alcuni patogeni potenziali, emergenti e trascurati, come Mammalian Orthoreovirus (MRV), per il quale è stata rilevata una presenza significativa nei gatti (2,83%) e meno nei cani (0,38%).
I campioni positivi nei gatti facevano parte della stessa colonia felina e sono stati campionati in un’unica sessione, il che potrebbe indicare un focolaio a grappolo come già riportato in passato per altre specie animali (pipistrelli, ungulati selvatici). Il potenziale zoonotico di questi virus è tuttavia ancora da indagare.
Altri agenti zoonotici emergenti sono microrganismi appartenenti al genere Capnocytophaga, che fanno parte della flora buccale di individui sani. Diverse specie di Capnocytophaga spp. sono state segnalate negli esseri umani, mentre altre sono state descritte negli animali. I risultati confermano la presenza del microrganismo sia nei cani che nei gatti.
Tuttavia, a causa delle limitazioni nei metodi diagnostici e della mancanza di conoscenze sulla patogenicità e sul comportamento biologico dei batteri, non è ancora possibile definire un protocollo di screening diagnostico in grado di discriminare le specie e i sierotipi più pericolosi, in primis C. canimorsus. Di fronte all’eccezionale prevalenza di Capnocytophaga spp. (82,5% nei cani e 64,8% nei gatti), il rischio reale di entrare in contatto con un cane o un gatto portatore di ceppi pericolosi è probabilmente estremamente basso.
La prevenzione del rischio zoonosi richiede una valutazione delle complesse interazioni tra esseri umani, animali e ambiente in chiave One Health. Nei rifugi per animali da compagnia ciò particolarmente importante, poiché questi luoghi sono siti chiave per il monitoraggio delle malattie e la mitigazione del rischio.
Lo studio evidenzia la necessità di stabilire output nel medio e lungo termine per controllare la diffusione di questi patogeni:
● rafforzare il monitoraggio e dare priorità ai patogeni zoonotici;
● implementare e aggiornare costantemente i programmi di sorveglianza;
● definire corsi di formazione specifici per gli operatori dei rifugi, anche attraverso la produzione di linee guida e protocolli operativi armonizzati;
● definire programmi di comunicazione del rischio;
● integrare l’approccio sanitario con quello gestionale ed etologico-comportamentale, in quanto ogni aspetto concorre al medesimo obiettivo di riduzione del rischio;
● incoraggiare comportamenti corretti sia degli operatori delle strutture di ricovero sia dei cittadini nella loro vita quotidiana.
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