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24 Marzo 2026

Leishmaniosi, nuove zanzare invasive in Italia: rischio in aumento tra cane e uomo

Esperti riuniti a LeishTalk 2026: vettori in espansione e aumento dei casi impongono strategie integrate tra veterinari, medici e istituzioni. Prevenzione e controllo dei parassiti al centro, con il cane come snodo chiave nella protezione anche dell’uomo

di Redazione Vet33


Leishmaniosi, nuove zanzare invasive in Italia: rischio in aumento tra cane e uomo

L’espansione di pappataci e nuove zanzare invasive sta ridisegnando lo scenario epidemiologico delle zoonosi in Italia, con un impatto crescente su leishmaniosi e altre malattie trasmesse da vettori. A LeishTalk 2026, evento promosso da Boehringer Ingelheim Animal Health, con il Patrocinio di Anmvi e Fnovi, esperti italiani e internazionali hanno evidenziato la necessità di rafforzare un approccio One Health, integrando prevenzione, sorveglianza e collaborazione tra professioni sanitarie.

Leishmaniosi e vettori: uno scenario epidemiologico in evoluzione

In Italia si sta delineando un cambiamento significativo e sempre più evidente nella distribuzione dei vettori responsabili della trasmissione di zoonosi. Pappataci e nuove zanzare invasive stanno ampliando il proprio raggio d’azione, passando dalle aree tradizionalmente endemiche del Sud e delle zone costiere a territori del Nord Italia, incluse aree prealpine e montane.

Questi insetti, principali vettori della leishmaniosi nel cane e nell’uomo e responsabili anche di altre zoonosi parassitarie e virali come filariosi e arbovirosi, stanno rapidamente ampliando il loro territorio.

La leishmaniosi canina (Lcan) è ormai segnalata come endemica in oltre 57 nuovi Comuni del Nord Italia, con focolai di Leishmania infantum in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre si osserva un aumento dei casi in Emilia-Romagna e Toscana.

I dati sulla leishmaniosi in Italia

L’Italia si colloca al primo posto in Europa per incidenza di leishmaniosi cutanea e al secondo per quella viscerale. Secondo i dati del Ministero della Salute, tra il 2011 e il 2016 sono stati registrati 1.700 casi di leishmaniosi viscerale umana, segno della diffusione della zoonosi.

A livello regionale emergono dinamiche ancora più marcate:
● in Toscana l’incidenza di leishmaniosi umana è aumentata oltre otto volte tra il 2018 e il 2023, da 0,22 a 1,81 casi ogni 100mila abitanti
● in Emilia-Romagna sono stati accertati 67 casi di leishmaniosi viscerale negli ultimi cinque anni, con un aumento progressivo di leishmaniosi negli ultimi 12 anni

“Possiamo affermare che dagli anni ’90 si sono registrati sempre valori superiori ai 200 casi di leishmania viscerale in Italia, con un aumento particolarmente significativo in questi anni recenti; si osserva, quindi, una curva che sebbene fluttuante tende sempre alla crescita” sottolinea Luciano Attard, Direttore Unità Operativa Gestione Clinica di Emergenze Epidemiologiche, IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. “La leishmania viscerale rappresenta una sfida clinica per il parassitologo. La diagnosi è il punto critico perché sebbene sia disponibile una diagnostica sierologica e di biologia molecolare avanzata, quello che conta veramente è la sensibilità clinica: per trovare un’infezione bisogna sospettarla e cercarla, e questo si può fare solo se si hanno conoscenze specifiche ed esperienza. Una diagnosi tardiva compromette il trattamento a causa di un ritardo nelle cure, cui consegue una maggiore carica parassitaria e alterazioni epatiche, renali e del sistema immunitario per cui il soggetto può non riuscire a tollerare la terapia. La diffusione del vettore richiede un approccio interdisciplinare perché si tratta di intervenire sul serbatoio (cane), sui pappataci e sull’uomo. È quanto abbiamo attuato nella provincia bolognese a partire dall’emergenza dell’autunno/inverno 2012, quando da 2-3 casi annui di L. viscerale umana si registrarono improvvisamente 14 casi tra adulti e bambini sotto i 18 mesi. Il picco, arrivato a oltre 25 casi, si ripresenta a cadenza di 1-2 anni, nonostante lo stretto monitoraggio e interventi diversificati”.

Nuove zanzare invasive: quali rischi

Accanto ai flebotomi, stanno assumendo un ruolo crescente nuove specie di zanzare del genere Aedes, in particolare Aedes koreicus e Aedes japonicus. Originarie dell’Asia orientale, sono presenti in Italia dal 2010 e mostrano una notevole capacità di adattamento anche a climi più freddi. Questi vettori sono potenzialmente coinvolti nella trasmissione di arbovirosi e filariosi. La loro diffusione è favorita non solo dal cambiamento climatico, ma anche da urbanizzazione e frammentazione degli habitat.

“Parliamo di zanzare del genere Aedes, sorelle per intenderci della ormai famosa zanzara Tigre: l’Aedes Koreicus e l’Aedes Japonicus, provenienti dall’Asia orientale” spiega Sara Epis, Professore Associato di Parassitologia e Malattie Parassitarie all’Università degli Studi di Milano. “Arrivate da noi intorno al 2010, si sono diffuse particolarmente in alcune regioni del settentrione perché, a differenza di quelle tropicali, hanno una buona capacità di sopravvivere in ambienti collinari e montani a temperature più basse. Queste zanzare hanno la capacità vettoriale di trasmettere virus (arbovirus), anche se la nostra attenzione è focalizzata sulla trasmissione di filariosi (nematodi filaridi). L’urbanizzazione ha un ruolo fondamentale nel favorire la colonizzazione di questi vettori e la diffusione delle zoonosi che trasmettono al cane e all’uomo. Oltre al cambiamento climatico, con il rialzo delle temperature, un ruolo fondamentale ha l’espansione delle città a scapito di habitat naturali che vengono frammentati, con il conseguente effetto di aumentare le zone di contatto tra uomini, animali domestici, fauna selvatica e vettori. Solo un approccio integrato che prevede strategie diversificate, messe in atto tutte nello stesso momento, riesce a ottenere un controllo significativo dei vettori e dei parassiti che possono infestare animali e uomini”.

One Health: perché è decisivo

Il quadro epidemiologico evidenzia una crescente interconnessione tra salute animale, umana e ambientale. Il rafforzamento della collaborazione tra veterinari, medici, farmacisti e istituzioni in ottica One Health è un elemento chiave per affrontare le nuove sfide sanitarie: serve rafforzare una rete multidisciplinare capace di trasformare conoscenza ed evidenze scientifiche in strumenti pratici, utili sul territorio e nelle attività di controllo dei vettori in espansione.

Tra le priorità individuate: collaborazione e prevenzione non solo per la leishmaniosi nel cane con i suoi impatti sull’uomo e sulla sanità territoriale, ma anche per controllare la rapida espansione di “nuove” zanzare invasive provenienti dall’Asia orientale. 

“L’approccio One Health è oggi più che mai fondamentale in un contesto in profondo cambiamento come quello italiano. Da un lato il calo demografico, dall’altro la crescita costante degli animali da compagnia, ormai parte integrante della vita di milioni di famiglie. Questo scenario, insieme all’emergere di nuove sfide sanitarie come le malattie trasmesse da vettori, rende evidente quanto salute umana, animale e ambientale siano strettamente interconnesse. Per questo è essenziale rafforzare la collaborazione tra tutte le figure della salute insieme a Istituzioni e associazioni, per promuovere una cultura della prevenzione e costruire un sistema più equo e sostenibile” ha commentato Karin Ramot, Head of Boehringer Ingelheim Animal Health Italia. “Aziende come Boehringer Ingelheim hanno la responsabilità di contribuire concretamente a trasformare la vita delle generazioni presenti e future. Questo impegno parte dall’innovazione, con oltre il 23% di investimenti in ricerca e sviluppo, e si traduce in una visione orientata a un sistema salute più sostenibile, equo e centrato sulla prevenzione. Solo così possiamo rafforzare l’educazione sanitaria e rispondere in modo efficace alle sfide di oggi e di domani”.

Prevenzione: il ruolo centrale del veterinario

Nel controllo della leishmaniosi e delle malattie trasmesse da vettori, la prevenzione parte dal cane. L’obiettivo è raggiungere la cosiddetta “Top Protection”, attraverso
● uso di antiparassitari topici con azione repellente e insetticida
● eventuale combinazione con prodotti orali
● valutazione della vaccinazione (con protezione parziale) 

La strategia, inoltre, deve essere adattata al contesto geografico, a partire dal mese di marzo: 9 mesi di protezione al Centro-Sud o 6 mesi al Nord.

“Quest’anno abbiamo ritenuto necessario spostare il focus sulla prevenzione consapevole con l’obiettivo preciso di ottenere la ‘Top Protection’, ossia la protezione totale, quella che offre la massima sicurezza a tutti: cane e uomo” dichiara Domenico Otranto, Professore di Parassitologia e Malattie Parassitarie degli animali presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari e Distinguished Professor presso la CityU di Hong Kong in Cina. “È un cambio di visione della prevenzione che consiste in primo luogo in un approccio consapevole e attento del medico veterinario, chiamato a una scelta mirata degli antiparassitari disponibili, consigliando e prescrivendo un antiparassitario topico spot-on, dotato di efficacia repellente e insetticida, che protegge da pappataci e zanzare, e consigliare in alcune condizioni una combinazione con un antiparassitario orale ad azione insetticida che protegge anche contro le zecche e, se necessario, raccomandando la vaccinazione, che offre comunque una protezione parziale perché insufficiente a bloccare l’infezione. In sintesi, il trattamento deve essere scelto in modo consapevole, scegliendo il prodotto giusto, impiegato per il tempo giusto a partire dal mese di marzo. Proteggere il cane significa proteggere l’uomo: per questo è necessaria la collaborazione tra diverse figure professionali con l’obiettivo di ridurre al massimo il rischio di punture e infezioni ma con approcci diversi. Centrale il rapporto tra il medico veterinario e il proprietario per combattere la leishmaniosi canina; centrale il clinico per la diagnosi tempestiva della leishmaniosi umana. Tenendo presente che la protezione totale protegge anche da altri vettori e zoonosi in forte diffusione”.

Zoonosi e sanità pubblica: implicazioni operative

La gestione delle zoonosi non riguarda più solo l’ambito veterinario.

Come conferma Bartolomeo Griglio, Vice-Direttore Direzione Sanità, Regione Piemonte: “La cattiva o inadeguata gestione delle zoonosi rappresenta una criticità per la salute pubblica, umana e animale, la biodiversità e l’economia del territorio, in quanto favorisce l’insorgenza di focolai che possono evolvere in epidemie o pandemie, con un impatto devastante e costi sanitari e sociali elevati. La soluzione sta nel superamento della gestione a silos, con l’attuazione di un approccio One Health. Prevenzione, sorveglianza epidemiologica integrata, diagnosi precoce e formazione hanno l’obiettivo di tutelare la salute dei cittadini e degli animali, in particolare per evitare conseguenze letali sui più fragili. Nei casi in cui si ha il sospetto di una circolazione virale nell’uomo, si può arrivare anche a sospendere l’utilizzo del sangue in determinate aree del territorio. La rete nazionale di sorveglianza e monitoraggio delle zoonosi verrà a breve implementata all’interno del nuovo Piano per il controllo delle Arbovirosi in fase di revisione per essere aggiornato e implementato dal Ministero della Salute”.

In questo contesto, il medico veterinario assume un ruolo che va oltre la clinica. La diagnosi diventa così parte di un sistema più ampio di sorveglianza e prevenzione.

A conferma dell’importante impegno istituzionale sul tema c’è stato l’intervento del Ministero della Salute, con la dott.ssa Maria Gabriella Perrotta, Ufficio 3, Direzione Generale della Salute Animale, Ministero della Salute: “La leishmaniosi ci ricorda che salute animale e umana non sono compartimenti separati. Il veterinario non valuta solo i segni clinici sul cane ma legge il territorio, integrando le informazioni cliniche con elementi epidemiologici e ambientali, anche attraverso la consultazione di fonti istituzionali, bollettini e dati aggiornati sulla circolazione degli agenti patogeni a livello locale, nazionale e internazionale. A questo si aggiunge l’ascolto attento del proprietario, da cui possono emergere elementi utili che, letti in un’ottica integrata, consentono di inquadrare il caso in un contesto più ampio e di orientare una valutazione complessiva del rischio sanitario, anche con possibili implicazioni per la salute umana. In quel momento il veterinario non sta solo curando: sta costruendo prevenzione, sta trasferendo informazioni sul rischio zoonotico, sta indirizzando il proprietario verso il suo medico per percorsi di indagine più appropriati. La sua diagnosi non rimane un atto clinico isolato, ma diventa un tassello di quella coscienza sanitaria che è il fondamento stesso del nostro SSN, e che oggi, con un sistema di sorveglianza sempre più integrato, assume un valore strategico”.

CITATI: BARTOLOMEO GRIGLIO, DOMENICO OTRANTO, KARIN RAMOT, LUCIANO ATTARD, MARIA GABRIELLA PERROTTA, SARA EPIS
TAG: AEDES JAPONICUS, AEDES KOREICUS, ANMVI, BOEHRINGER INGELHEIM ANIMAL HEALTH ITALIA, FLEBOTOMI, FNOVI, LEISHMANIA INFANTUM, LEISHMANIOSI, PAPPATACI, VETTORI, ZANZARE

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