Suini
04 Agosto 2026La diffusione della Peste Suina Africana in Toscana ha portato all'abbattimento di circa 300 capi di Cinta Senese Dop su 3.200 totali. La Regione ha autorizzato una deroga temporanea al disciplinare, mentre 15 associazioni chiedono al commissario Filippini di rivedere la strategia nazionale

La diffusione della Peste Suina Africana in Toscana ha costretto il Consorzio di tutela della Cinta Senese Dop a rivedere temporaneamente il proprio disciplinare di produzione, dopo l'abbattimento di circa 300 capi sui 3.200 totali della denominazione. La Regione Toscana ha autorizzato in via provvisoria alcune modifiche al disciplinare, per consentire agli allevatori di adeguarsi alle prescrizioni di biosicurezza senza compromettere il futuro della razza autoctona. Il Commissario straordinario alla Psa, Giovanni Filippini, ha intanto risposto all'appello di 15 associazioni di produttori, convocando per il 5 agosto un incontro sulla strategia nazionale di contrasto al virus.
Le modifiche temporanee riguardano esclusivamente gli aspetti del disciplinare interessati dalle misure sanitarie imposte per contrastare la Psa e resteranno in vigore per il periodo previsto dal provvedimento ministeriale.
Il presidente del Consorzio di tutela della Cinta senese, Nicolò Savigni, ha spiegato: “Per 12 mesi, in caso di emergenza sanitaria, sarà possibile macellare e custodire in sicurezza gli animali anche fuori dalle zone tradizionali, senza intaccare qualità e identità del prodotto”. Le modifiche consentono agli allevamenti di rispettare le prescrizioni di biosicurezza mantenendo i requisiti essenziali che caratterizzano la Cinta Senese Dop.
In una lettera indirizzata a Filippini, 15 associazioni – Slow Food Italia, FederBio, Legambiente, AssoBio, Aiab (con le sezioni Emilia-Romagna, Toscana e Liguria), La Buona Terra, Veterinari Senza Frontiere Italia, l'Associazione Rurale Italiana (Ari), Rare - Associazione Razze Autoctone a Rischio di Estinzione, l'Organizzazione Nazionale Assaggiatori Salumi (Onas), l'Unione Coltivatori Italiani (Uci) e lo stesso Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop – hanno segnalato che l'impatto delle misure di contenimento adottate negli ultimi anni ha assunto proporzioni economicamente devastanti per gli allevamenti estensivi e di piccola dimensione, con il rischio di compromettere il patrimonio di biodiversità zootecnica.
Le associazioni denunciano che, mentre i risarcimenti agli allevatori tardano ad arrivare, vengono stanziate ulteriori risorse per il depopolamento dei cinghiali e la realizzazione di barriere fisiche, misure che finora non hanno dimostrato di funzionare nel contenere il contagio.
Filippini ha riconosciuto la specificità del problema: “La particolare modalità di allevamento allo stato semibrado, come quello della Cinta Senese, comporta specifiche esigenze nella gestione del rischio e richiede misure aggiuntive e rafforzate. Le preoccupazioni espresse dalle associazioni meritano ascolto e saranno oggetto dell'incontro già convocato per il prossimo 5 agosto, che rappresenterà un'occasione di confronto operativo per raggiungere insieme l'obiettivo di contenere l'avanzata del virus, illustrando nel dettaglio la strategia applicata”.
Il presidente del Consorzio ha evidenziato un'ulteriore criticità legata agli indennizzi: nel caso di abbattimento per Psa, il Ministero rimborsa una quota equivalente a quella prevista per un maiale allevato in modo intensivo, generando per gli allevatori di Cinta Senese una perdita economica stimata in circa 4,5 euro al chilo. “Se si vuole salvare la razza e gli allevamenti”, ha dichiarato Savigni, “è necessario che qualcuno metta risorse per sopperire a questa differenza”.
Savigni ha inoltre segnalato che la cintura di salvaguardia della malattia si trova attualmente nella zona di Pistoia e Prato, ma l'avanzamento tra le province di Lucca e Pistoia è stato particolarmente rapido, generando preoccupazione tra gli allevatori. Questa situazione, secondo Savigni, sta alimentando un clima di allarme che spinge alcuni allevatori a macellare precocemente i propri capi prima che possano essere colpiti dall'epidemia: se le macellazioni annuali, normalmente attorno ai 3.200 capi, dovessero salire quest'anno a circa 5mila, si porrebbe il rischio concreto di un problema di riproduzione della razza già dal prossimo anno.
CITATI: GIOVANNI FILIPPINI, NICOLò SAVIGNISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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