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03 Aprile 2026Un nuovo segnale d’allarme arriva dagli ospedali italiani sul fronte della resistenza agli antibiotici. Un team di ricercatori ha identificato per la prima volta nel nostro Paese un ceppo particolarmente resistente di Klebsiella pneumoniae, noto come ST437, in grado di ridurre l’efficacia anche di alcuni tra gli antibiotici più avanzati oggi disponibili

Un nuovo ceppo di Klebsiella pneumoniae altamente resistente agli antibiotici di ultima generazione è stato identificato per la prima volta in Italia, sollevando preoccupazioni sulla gestione delle infezioni ospedaliere e sulla diffusione dell’antimicrobico-resistenza. La scoperta, pubblicata sulla rivista Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, nasce dalla collaborazione tra diverse strutture sanitarie e centri di ricerca, tra cui l’Ospedale di Teramo, quello di Giulianova, l’Università dell’Aquila e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam).
Il caso clinico che ha portato all’identificazione del batterio riguarda un paziente anziano, di 85 anni, ricoverato per una frattura al femore, che ha sviluppato un’infezione difficile da trattare. Le analisi hanno rivelato la presenza di un ceppo dotato di un profilo di resistenza particolarmente complesso, capace di neutralizzare numerose classi di antibiotici, compresi i carbapenemi, spesso utilizzati come ultima risorsa nelle infezioni gravi.
A rendere ancora più critico il quadro è la ridotta efficacia osservata anche nei confronti del cefiderocol, una delle molecole più recenti sviluppate proprio per contrastare i batteri multi-resistenti. Questo elemento, spiegano i ricercatori, evidenzia come i margini terapeutici possano ridursi rapidamente anche di fronte a innovazioni farmacologiche recenti.
“L'identificazione di questo ceppo in un contesto ospedaliero italiano è un segnale d'allarme che non possiamo ignorare” spiega Alessandra Cornacchia, ricercatrice dell’Izsam. “Si tratta di un batterio con una resistenza estremamente elevata, che limita fortemente le opzioni terapeutiche a disposizione dei medici”.
L’analisi genomica ha permesso di individuare i principali meccanismi alla base di questa resistenza. Il ceppo ST437 presenta infatti una combinazione di geni – tra cui blaNDM-5, blaOXA-232 e blaCTX-M-15 – che gli consente di inattivare gran parte degli antibiotici comunemente utilizzati in ambito ospedaliero. Una configurazione genetica che rende queste infezioni particolarmente difficili da gestire, soprattutto nei pazienti più fragili o immunocompromessi.
“Questo tipo di resistenza pone serie difficoltà nel trattamento delle infezioni, specialmente nei pazienti fragili o immunocompromessi” continua Cornacchia. “Per questo motivo, diventa essenziale implementare misure di controllo delle infezioni e rafforzare la sorveglianza microbiologica”.
Di fronte a questa evidenza, la struttura sanitaria coinvolta ha attivato immediatamente le misure di contenimento previste: isolamento del paziente, rafforzamento dei protocolli igienici e intensificazione della sorveglianza microbiologica. Interventi fondamentali per evitare la diffusione del ceppo all’interno dell’ospedale.
Gli esperti sottolineano come casi di questo tipo rappresentino un campanello d’allarme che non può essere ignorato. La diffusione di batteri resistenti agli antibiotici di ultima generazione rischia infatti di compromettere la gestione clinica di molte infezioni, rendendo sempre più limitate le opzioni terapeutiche.
Per questo motivo diventa essenziale rafforzare le attività di monitoraggio e investire nella ricerca, non solo per individuare precocemente nuovi ceppi, ma anche per comprendere meglio le dinamiche di diffusione e sviluppare strategie efficaci di contrasto.
“Dobbiamo investire sempre di più nella ricerca e nella sorveglianza – conclude Sofia Chiatamone Ranieri, Direttore UOC Patologia Clinica presso la ASL di Teramo – perché la lotta alla resistenza agli antibiotici è una battaglia che nessuno può permettersi di ignorare”.
In un contesto in cui la resistenza antimicrobica è ormai riconosciuta come una delle principali minacce globali alla salute, la collaborazione tra strutture sanitarie, centri di ricerca e istituzioni rappresenta un elemento chiave. Un approccio integrato, coerente con la visione One Health, sempre più necessario per affrontare una sfida che riguarda contemporaneamente la salute umana, animale e ambientale.
CITATI: ALESSANDRA CORNACCHIA, SOFIA CHIATAMONE RANIERISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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