Acquacoltura
28 Luglio 2025Un esperimento in laboratorio mostra che le ostriche accumulano microplastiche, ma una corretta depurazione può ridurne la presenza fino al 92% prima della commercializzazione

Le ostriche possono accumulare microplastiche nei propri tessuti, diventando un potenziale veicolo di contaminazione per l’uomo. Un nuovo studio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam), pubblicato sulla rivista Water, ha valutato in condizioni controllate l’accumulo di particelle di plastica e l’efficacia della depurazione. I risultati indicano che, dopo cinque giorni in acqua pulita, la concentrazione di microplastiche può ridursi fino al 92%, migliorando la sicurezza dei prodotti destinati al consumo.
Le ostriche, molluschi bivalvi efficienti filtratori, possono ingerire microplastiche, frammenti inferiori a 5 millimetri che derivano dalla degradazione dei rifiuti plastici. Una volta accumulate nei tessuti, queste particelle possono finire sulle nostre tavole, diventando una possibile via di contaminazione per l’uomo. Lo studio eseguito da un gruppo di ricercatori dell’Izsam, in collaborazione con l’Istituto per lo Studio degli Impatti Antropici e Sostenibilità in Ambiente Marino (IAS-CNR), ha indagato in laboratorio che cosa succede quando le ostriche vengono esposte a queste particelle, e come riescono a eliminarle.
Per riprodurre condizioni realistiche, sono state utilizzate microplastiche di forme e polimeri differenti – filamenti di polipropilene, sfere di polistirene, frammenti di polietilene tereftalato – invecchiate artificialmente per creare un biofilm e renderle il più possibile simili a quelle presenti in natura. Le ostriche sono state mantenute per 28 giorni in vasche con acqua di mare sintetica contenente queste particelle. Al termine di tale periodo, le ostriche contenevano in media oltre 5 particelle di microplastica per grammo di tessuto. La maggior parte erano filamenti (79%), seguiti da sfere (19%) e frammenti (2%).
Successivamente, gli animali sono stati trasferiti in acqua di mare sintetica pulita per simulare la fase di depurazione, trattamento previsto presso appositi centri per tutti i molluschi prima di essere immessi sul mercato. Un processo che serve normalmente a eliminare batteri e altri agenti patogeni, ma può avere un effetto anche sulle microplastiche.
“Abbiamo osservato una riduzione significativa della presenza delle microplastiche, circa il 69%, già nelle prime 24 ore – dice Sara Recchi, biologa marina dell’Izsam – e una diminuzione complessiva del 92% entro cinque giorni dall’inizio del periodo di depurazione. Le particelle che non venivano eliminate facilmente erano soprattutto quelle di dimensioni maggiori o con forme più complesse, come i filamenti più lunghi.”
Lo studio ha analizzato anche un altro aspetto: il possibile effetto delle microplastiche sulle ostriche a livello cellulare. Per farlo, i ricercatori hanno analizzato alcuni geni “di riferimento”, ovvero geni che mantengono livelli di attività stabili anche in condizioni difficili. Questi geni non sono coinvolti nella risposta allo stress, ma servono come base di confronto per studiare quelli che invece si attivano o si spengono in presenza di inquinanti.
“Scegliere dei geni stabili è essenziale per poter misurare con precisione eventuali effetti biologici delle microplastiche” spiega Federica Pizzurro, ricercatrice dell’Izsam. “Solo con un riferimento affidabile possiamo valutare se altri geni, legati ad esempio alla risposta allo stress, modifichino la loro espressione.”
La ricerca fornisce nuove informazioni utili per migliorare la sicurezza alimentare e la qualità dei prodotti ittici. Una depurazione ben condotta può ridurre in modo efficace la presenza di microplastiche, anche se non del tutto. L’efficacia dipende anche da fattori pratici importanti, come l’uso di materiali privi di plastica, acqua filtrata e vasche coperte, per evitare nuove contaminazioni. Sono misure già adottate in molti Paesi e che, in futuro, potrebbero essere valorizzate da etichette dedicate.
Lo studio suggerisce che l’uso di indicatori molecolari potrebbe diventare uno strumento utile per monitorare nel tempo gli effetti ambientali delle microplastiche sugli organismi marini.
Fonte:
Pizzurro, F., Nerone, E., Di Domenico, M., Ancora, M., Mincarelli, L. F., Salini, R., ... & Recchi, S. (2025). Realistic Environmental Exposure of Microplastics in European Flat Oyster, Ostrea edulis: Evaluation of Accumulation and Depuration Under Controlled Conditions and Molecular Assessment of a Set of Reference Genes. Water, 17(7), 1063.
https://doi.org/10.3390/w17071063
CITATI: FEDERICA PIZZURRO, SARA RECCHISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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