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06 Maggio 2026

Decreto PA, Fvm: in arrivo taglio retribuzioni dirigenza per finanziare altri comparti

Il disegno di legge su carriera dirigenziale e valutazione performances prevede il trasferimento automatico delle economie dai fondi dirigenziali a quelli del personale non dirigente. Critiche sulla costituzionalità e sull’alterazione unilaterale dei contratti

di Redazione Vet33


Decreto PA, Fvm: in arrivo taglio retribuzioni dirigenza per finanziare altri comparti

Il Disegno di legge “Disposizioni in materia di sviluppo della carriera dirigenziale e della valutazione della performance del personale dirigenziale e non dirigenziale delle pubbliche amministrazioni”, già approvato alla Camera il 28 gennaio 2026, introduce un meccanismo controverso di redistribuzione delle risorse tra comparti della Pubblica Amministrazione (PA). La norma prevede il trasferimento automatico delle economie derivanti dalla riduzione delle retribuzioni dirigenziali ai fondi destinati al personale non dirigente, alterando unilateralmente gli equilibri contrattuali consolidati. L’iniziativa, sostiene la Federazione Veterinari Medici e Dirigenti sanitari (Fvm), solleva questioni di legittimità costituzionale e rischia di innescare conflitti interni nelle amministrazioni pubbliche.

Il meccanismo di redistribuzione delle risorse

L’articolo 3, comma 1, lettera b del DDL stabilisce un sistema di valutazione che limita la massima valutazione al 30% del personale dirigente, mentre un ulteriore 20% può ottenere una valutazione “eccellente”. Il meccanismo chiave previsto dalla norma dispone che “le economie derivanti dalla riduzione della retribuzione legata alla performance del personale dirigenziale sono destinate all’incremento delle risorse per la retribuzione della performance del personale non dirigenziale in deroga all’articolo 23 comma 2 del Dlgs 25 maggio 2017 n.75”.

Concretamente, questo significa che la retribuzione legata alla performance viene limitata al 50% dei dirigenti, mentre le risorse risparmiate vengono automaticamente trasferite ai fondi destinati ad altre figure professionali con diversa contrattualizzazione. Il passaggio avviene senza necessità di negoziazione o accordo tra le parti, configurandosi come un trasferimento unilaterale di risorse contrattuali.

Questioni di legittimità costituzionale

Il DDL solleva preoccupazioni significative riguardo al rispetto dell’obbligo costituzionale del concorso per l’accesso ai ruoli dirigenziali. La normativa introduce “molte discutibili scorciatoie” che, invece di rafforzare il principio costituzionale già compromesso da prassi consolidate, sembrano legittimare ulteriori deroghe al rigore costituzionale richiesto per l’accesso alla dirigenza pubblica.

L’alterazione unilaterale delle prerogative contrattuali rappresenta un precedente senza riscontri nella legislazione del lavoro pubblico. L’intervento normativo bypassa i tavoli negoziali e modifica direttamente gli equilibri economici tra comparti, ponendo interrogativi sulla tenuta del sistema di contrattazione collettiva nel pubblico impiego.

Impatti sul clima organizzativo

L’introduzione di un meccanismo che sottrae risorse a un comparto per destinarle automaticamente a un altro rischia di generare tensioni strutturali all’interno delle amministrazioni. La competizione indotta tra dirigenti e dipendenti non dirigenziali per l’accesso a risorse economiche limitate può compromettere la collaborazione necessaria per il funzionamento efficace degli uffici pubblici.

Questo approccio contrasta con i principi di gestione delle risorse umane che puntano alla valorizzazione coordinata di tutte le professionalità presenti nell’amministrazione. La contrapposizione tra livelli gerarchici diversi, istituzionalizzata attraverso la normativa, rappresenta una novità nel panorama del pubblico impiego italiano.

Prospettive di conflittualità sindacale

Il meccanismo previsto dal DDL configura una modifica sostanziale degli assetti contrattuali senza il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali rappresentative della dirigenza. Questo approccio unilaterale apre scenari di conflittualità tra governo e sindacati, compromettendo il dialogo sociale che caratterizza tradizionalmente le relazioni industriali nel settore pubblico.

Le organizzazioni sindacali della dirigenza si trovano di fronte a una riduzione delle risorse disponibili decisa per via legislativa, senza possibilità di negoziazione o compensazione attraverso altri strumenti contrattuali. La situazione prefigura contenziosi legali e tensioni nelle relazioni sindacali che potrebbero protrarsi oltre l’approvazione definitiva della norma.

Precedenti e comparazioni

L’iniziativa legislativa non trova precedenti nella storia della contrattazione pubblica italiana. Il trasferimento automatico di risorse tra comparti diversi attraverso intervento normativo rappresenta una novità che potrebbe costituire un precedente per future modifiche unilaterali degli equilibri contrattuali.

La mancanza di confronto con le esperienze di altri Paesi europei nella gestione delle performance dirigenziali evidenzia l’approccio improvvisato della riforma. Sistemi consolidati di valutazione delle performance nel settore pubblico europeo non prevedono meccanismi automatici di redistribuzione tra livelli professionali diversi.

Iter parlamentare e possibilità di modifica

Il DDL ha completato l’esame alla Camera dei Deputati il 28 gennaio 2026 e si trova ora al Senato per la seconda lettura. L’urgenza evidenziata dalle organizzazioni rappresentative della dirigenza riguarda la necessità di modifiche sostanziali o del ritiro del provvedimento prima dell’approvazione definitiva.

Le forze politiche hanno ancora margini per intervenire attraverso emendamenti che possano eliminare il meccanismo automatico di redistribuzione delle risorse o prevedere forme di compensazione per la dirigenza. L’appello di Fvm per una “ampia e concertata revisione” del testo riflette la richiesta di un approccio più equilibrato che tenga conto degli interessi di tutti i comparti coinvolti.

TAG: DIRIGENTI, FVM, PUBBLICA AMINISTRAZIONE

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