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15 Settembre 2026

Diagnostica veterinaria, solo il 15% dei professionisti ha un workflow integrato

La survey di Vet33 e Fujifilm Healthcare Italia fotografa un settore tecnologicamente maturo ma ancora frammentato: assistenza tecnica e budget pesano più del brand nelle scelte d’acquisto, mentre l’intelligenza artificiale convince a parole ma non ancora nella pratica quotidiana

di Redazione Vet33


Diagnostica veterinaria, solo il 15% dei professionisti ha un workflow integrato

Solo il 15% dei medici veterinari italiani dispone oggi di un workflow diagnostico completamente integrato. È il dato principale che emerge dalla survey “Diagnostica veterinaria: strumenti, workflow e comunicazione nella pratica clinica”, condotta da Vet33 tra i medici veterinari iscritti alla newsletter e realizzata con il contributo non condizionante di Fujifilm Healthcare Italia. L’indagine, che ha raccolto 78 questionari completi su un campione rappresentativo del mercato dei piccoli animali, restituisce l’immagine di un settore che ha già investito in tecnologia ma fatica a farla dialogare: refertazione, interoperabilità dei software e tempi di esecuzione restano i punti deboli più segnalati dai professionisti.

Il campione: prevalgono ambulatori e professionisti esperti

Il questionario è stato promosso attraverso tre invii newsletter, tra i mesi di giugno e luglio 2026, raggiungendo complessivamente oltre 21mila professionisti e raccogliendo 138 survey avviate, 78 delle quali portate a termine. Il campione rispecchia da vicino la composizione reale del mercato veterinario italiano dei piccoli animali. Per tipologia di struttura prevalgono gli ambulatori (44%), seguiti dalle cliniche (32%), mentre ospedali e liberi professionisti/referral si dividono il restante 24%. Per ruolo professionale, a rispondere sono soprattutto collaboratori clinici (36%) e titolari di struttura (19%), le due figure che nella pratica quotidiana utilizzano gli strumenti diagnostici e, allo stesso tempo, decidono gli investimenti.

Un altro dato rilevante riguarda l’anzianità professionale: oltre il 52% dei rispondenti esercita da più di 20 anni, mentre solo il 20% lavora da meno di un decennio. Le risposte raccolte riflettono quindi soprattutto il punto di vista di professionisti con lunga esperienza clinica.

Dotazione diagnostica: un mercato già maturo

Sul fronte degli strumenti in uso, la survey conferma una diffusione ormai consolidata delle tecnologie di base. La biochimica interna è presente nel 79% delle strutture, seguita da ecografia base ed ematologia (entrambe al 74%) e dalla radiologia digitale (68%). Più contenuta ma comunque significativa la diffusione di strumenti di fascia più alta: l’ecografia avanzata raggiunge il 41% del campione e la TAC il 22%, percentuali superiori a quanto ci si potesse attendere per un settore come quello veterinario.

Interpellati su cosa renda “di qualità” uno strumento diagnostico, i medici veterinari sono netti nella risposta: per il 67% del campione il criterio principale è la precisione diagnostica, che prevale nettamente su altri fattori come la velocità di refertazione o la semplicità d’uso.

Investimenti: la formazione conta quanto la tecnologia

Guardando alle priorità di investimento future, la diagnostica per immagini resta l’area più indicata (47%), ma a distanza ravvicinata seguono la formazione del personale (45%) e i software gestionali (44%), mentre il laboratorio interno si attesta al 31%. Il dato sulla formazione segnala che gli operatori percepiscono le competenze come un investimento prioritario tanto quanto gli strumenti.

Sul lato delle variabili che orientano concretamente la scelta d’acquisto, il quadro che emerge ridimensiona il peso del brand: al primo posto c’è l’assistenza tecnica (72%), seguita da prezzo (64%) e costi di manutenzione (58%). Il marchio del produttore, al contrario, incide solo per il 9% dei rispondenti, meno anche di fattori come il ritorno sull’investimento o la formazione inclusa nell’acquisto. Il veterinario, insomma, non compra un nome ma la continuità del servizio nel tempo.

A frenare gli investimenti resta principalmente il budget limitato, indicato dal 58% del campione come barriera principale, seguito dai costi di manutenzione degli strumenti già in uso.

Il valore percepito della diagnostica

Quando si chiede ai veterinari di valutare l’impatto della diagnostica sulla propria attività, le risposte sono nettamente positive. Su una scala da 1 a 5, dove 1 significa “per nulla d’accordo” e 5 “totalmente d’accordo”, la diagnostica ottiene un punteggio medio di 4,46 per il contributo all’efficienza clinica, 4,37 per la capacità di favorire decisioni più rapide, 4,29 per l’aumento della produttività e 4,24 per la riduzione dei tempi operativi. Sono valutazioni che la collocano tra gli elementi più apprezzati dell’intera pratica clinica.

Il vero collo di bottiglia: l’integrazione dei workflow

È qui che la survey individua il principale margine di miglioramento del settore. Solo il 15% dei rispondenti dichiara di disporre di un workflow diagnostico completamente integrato, mentre per la maggioranza dei professionisti il percorso dalla richiesta dell’esame al referto rimane frammentato tra strumenti e software diversi. Le criticità più segnalate sono la refertazione (29%) e l’integrazione tra i diversi software in uso in struttura (23%), a cui si aggiungono i tempi di esecuzione complessivi del percorso diagnostico.

Un dato che, secondo l’indagine, rappresenta l’area con il maggiore potenziale di sviluppo per il settore: la tecnologia diagnostica, di per sé, non manca più; a mancare è la capacità dei diversi strumenti di dialogare tra loro all’interno di un workflow coerente.

Un ruolo anche nella comunicazione con il proprietario

La diagnostica, per i veterinari intervistati, non serve solo a formulare una diagnosi. Il 72% del campione la considera determinante per migliorare la comunicazione con il cliente, mentre l’87% dichiara di utilizzare frequentemente immagini diagnostiche e referti durante il colloquio clinico. Tra i benefici più citati figurano una migliore comprensione della patologia da parte del proprietario, una maggiore accettazione del percorso terapeutico proposto e una più chiara percezione del valore della prestazione ricevuta.

Intelligenza artificiale: grande interesse, adozione ancora prudente

Guardando alle tecnologie che avranno il maggiore impatto nei prossimi anni, l’intelligenza artificiale si colloca al primo posto, indicata dal 60% del campione, davanti alla diagnostica per immagini avanzata (54%) e all’integrazione dei dati clinici (32%).

L’entusiasmo per il potenziale futuro dell’AI si scontra però con un giudizio più cauto sulla sua utilità attuale: alla domanda su quanto l’intelligenza artificiale sia già utile nella pratica clinica di oggi, solo il 40% del campione assegna un punteggio alto (4 o 5 su 5), mentre la maggioranza dei rispondenti si colloca su un valore intermedio. Il veterinario italiano, in altre parole, riconosce all’AI un potenziale importante ma aspetta ancora di vedere risultati concreti sul campo.

Cosa dice la survey sul settore

Nel complesso, l’indagine restituisce l’immagine di un mercato veterinario italiano già tecnologicamente equipaggiato, in cui il vero terreno di competizione si sposta dalla disponibilità di strumenti alla loro capacità di integrarsi in un unico workflow. L’assistenza tecnica pesa quasi quanto la qualità diagnostica nelle decisioni d’acquisto, il budget resta la principale barriera agli investimenti, e software e interoperabilità emergono come il vero collo di bottiglia del percorso diagnostico. Un contesto in cui, secondo l’indagine, saranno avvantaggiate le aziende capaci di offrire un ecosistema completo che unisca strumenti, software, intelligenza artificiale, assistenza e formazione.

“La survey ci restituisce un messaggio molto chiaro: il veterinario non chiede semplicemente più tecnologia, ma tecnologie che lavorino meglio insieme” ha commentato Davide Campari, Managing Director di Fujifilm Healthcare Italia. “La vera innovazione oggi consiste nella capacità di costruire workflow più semplici, rapidi e integrati, nei quali imaging, diagnostica di laboratorio, dati e strumenti digitali possano contribuire a un unico percorso diagnostico. Ed è esattamente questa la direzione nella quale si sta muovendo Fujifilm, con una strategia europea che punta a sviluppare un ecosistema veterinario sempre più completo e con soluzioni in grado di portare la diagnostica più vicino al professionista e al paziente”.

CITATI: DAVIDE CAMPARI
TAG: DIAGNOSTICA PER IMMAGINI, FUJIFILM HEALTHCARE ITALIA S.P.A., INTELLIGENZA ARTIFICIALE, MEDICI VETERINARI, SURVEY, VET33

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