Animali acquatici
15 Maggio 2026Uno studio rileva PFAS nel latte di delfino raccolto tra il 1991 e il 1993, confermando il trasferimento di questi contaminanti persistenti dalla madre al cucciolo durante l'allattamento

I PFAS possono trasferirsi dalle femmine di delfino ai cuccioli attraverso il latte materno. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Analytical and Bioanalytical Chemistry dal Texas A&M Superfund Research Center, condotto in collaborazione con l’Università del North Carolina a Chapel Hill e lo Smithsonian’s National Zoo and Conservation Biology Institute. I campioni analizzati, raccolti tra il 1991 e il 1993, mostrano concentrazioni di PFAS che, rapportate alle soglie di riferimento umane attraverso un approccio di scaling interspecie, risultano potenzialmente preoccupanti.
I cetacei presentano caratteristiche che li rendono indicatori privilegiati dell’esposizione ambientale ai contaminanti: allattano i cuccioli per periodi prolungati e producono latte ad alto contenuto lipidico, condizioni che favoriscono l’accumulo e il trasferimento di sostanze lipofile come i PFAS.
“I delfini sono una potenziale sentinella della contaminazione globale; i cambiamenti nella loro salute possono rivelare problemi ambientali più ampi che potrebbero alla fine colpire altri animali selvatici e gli esseri umani”, ha dichiarato il professor Weihsueh Chiu, del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Veterinaria del Texas A&M.
Per analizzare i campioni di latte di delfino i ricercatori hanno impiegato una tecnica multidimensionale che combina cromatografia liquida, spettrometria di mobilità ionica e spettrometria di massa, un approccio sviluppato dal team di Erin Baker dell’Università del North Carolina. Rispetto ai metodi tradizionali, che identificano un numero limitato di PFAS noti tramite standard di riferimento, questo approccio consente di rilevare una gamma più ampia di composti e di confermarne l’identità con maggiore affidabilità.
“Combinando più tecniche analitiche, possiamo identificare una gamma molto più ampia di sostanze chimiche ed essere più sicuri di ciò che stiamo rilevando”, ha spiegato Baker.
La tecnica ha permesso di identificare anche PFAS non inclusi nei test standard, fornendo una fotografia più completa dell’esposizione ambientale. Inoltre, la capacità di rilevare contemporaneamente una vasta gamma di composti, potrebbe rivelarsi utile anche nell’identificazione rapida di contaminanti ambientali a seguito di incidenti industriali o disastri ambientali, quando la natura delle sostanze presenti non è immediatamente nota.
I PFAS sono ampiamente utilizzati in prodotti domestici e processi industriali: rivestimenti antiaderenti, tessuti resistenti alle macchie, imballaggi alimentari, schiume antincendio. Non si degradano naturalmente, persistono nell’ambiente per anni e si accumulano lungo le catene trofiche. Negli esseri umani, l’allattamento è riconosciuto come una via significativa di esposizione neonatale ai PFAS, e molti limiti regolatori per queste sostanze nell’acqua potabile sono calibrati proprio per proteggere i lattanti.
Tra gli effetti documentati nell’uomo vi sono immunotossicità, impatti sulla crescita e lo sviluppo, alterazioni della funzione ormonale e danni epatici. “Una delle preoccupazioni legate all’esposizione ai PFAS è l’immunotossicità”, ha sottolineato Chiu. “Può sopprimere il sistema immunitario”. Questi effetti non si manifestano come patologie acute nel singolo individuo, ma come un indebolimento diffuso delle risposte immunitarie a livello di popolazione, con conseguente maggiore vulnerabilità alle malattie. Diversi PFAS rilevati nei campioni di latte di delfino presentavano concentrazioni che, interpretate attraverso lo scaling interspecie rispetto alle soglie umane, possono essere considerate preoccupanti.
Lo studio amplia le evidenze disponibili sulla diffusione globale dei PFAS negli ecosistemi marini e sul loro trasferimento verticale durante le fasi critiche dello sviluppo. “Questo è un problema di contaminazione globale, e non ha confini”, ha concluso Chiu.
Per la medicina della fauna selvatica e la tossicologia veterinaria, i risultati indicano nei mammiferi marini un modello biologico rilevante per monitorare l’estensione della contaminazione ambientale e valutare i rischi per le specie selvatiche in fase di allattamento.
CITATI: ERIN BAKER, WEIHSUEH CHIUSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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