Alimentazione
03 Aprile 2026Uno studio sperimentale evidenzia che l’esposizione ai Pfas a catena corta, considerati alternative più sicure, possono interferire con lo sviluppo cerebrale già in fase prenatale

Una ricerca condotta su modello murino mostra che l’esposizione precoce ai Pfas a catena corta, durante gravidanza e allattamento, può compromettere apprendimento, memoria e maturazione neuronale, sollevando nuovi interrogativi sulla sicurezza di questi composti.
Le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) continuano a essere al centro dell’attenzione scientifica per il loro impatto sulla salute e sull’ambiente. Se negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sui Pfas a catena lunga, nuove evidenze suggeriscono che anche le alternative a catena corta, considerate finora più sicure, possano avere effetti rilevanti, in particolare sul neurosviluppo.
Uno studio sperimentale condotto su modello murino, frutto della collaborazione tra ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IzsVe), Fondazione IRET e Università di Bologna, ha messo in luce possibili meccanismi neurotossici associati all’esposizione a queste sostanze già durante la fase prenatale.
“È un risultato di grande rilevanza scientifica che ci permette di capire come queste sostanze attualmente considerate sostituti più sicuri, possano interferire con lo sviluppo cerebrale” commenta Marta Vascellari, dirigente veterinario, responsabile del Laboratorio di istopatologia dell’IzsVe. “Questo studio rappresenta un tassello importante in chiave ‘One Health’, grazie alla collaborazione fra settori di ricerca molto diversi, dalla medicina umana alla medicina veterinaria, dalla chimica alle scienze cognitive, con l’obiettivo di valutare la persistenza dei Pfas a catena corta nei soggetti esposti e i loro possibili effetti sul neurosviluppo”.
Nel corso della sperimentazione, i Pfas a catena corta – in particolare PFBA e GenX – sono stati somministrati prima dell’accoppiamento, durante tutta la gravidanza e l’allattamento. I risultati mostrano che queste sostanze possono essere trasferite dalla madre al feto attraverso la placenta e successivamente tramite il latte materno, raggiungendo l’organismo in una fase particolarmente delicata dello sviluppo.
Negli animali esposti sono state osservate alterazioni significative delle funzioni cognitive, tra cui compromissioni dell’apprendimento, della memoria e dell’orientamento spaziale, oltre a una ridotta flessibilità cognitiva. A livello biologico, lo studio ha evidenziato un ritardo nella maturazione neuronale, alterazioni nei processi di neurogenesi e segni di neuroinfiammazione cronica, con effetti sullo sviluppo dell’ippocampo, area chiave per le funzioni cognitive.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il fatto che questi effetti si manifestano anche in presenza di un basso (PFBA), o addirittura assente (GenX), accumulo residuo delle sostanze nei tessuti. Un dato che mette in discussione l’idea che i Pfas a catena corta siano intrinsecamente meno pericolosi rispetto a quelli a catena lunga solo perché meno persistenti nell’organismo.
“I Pfas a catena corta sono considerati meno pericolosi per la loro minore capacità di accumularsi nell’organismo” spiega Federica Gallocchio, dirigente chimico al Laboratorio contaminanti e biomonitoraggio dell’IzsVe. “Nonostante la possibile rilevazione dei Pfas a catena corta nelle acque potabili e negli studi di biomonitoraggio umano, le informazioni sul rischio per la salute umana legato alla contaminazione alimentare sono ancora scarse. Quello dei Pfas è un problema potenzialmente ‘sistemico’, una catena di contaminazione che partendo dalle falde acquifere, potrebbe passare per i raccolti, il bestiame e arrivare fino all’uomo”.
I Pfas raggiungono l’uomo principalmente attraverso la catena alimentare, a partire da acque contaminate fino agli alimenti di origine vegetale e animale. In questo senso, il problema assume una dimensione sistemica, che coinvolge ambiente, animali e salute umana, secondo una prospettiva pienamente coerente con l’approccio One Health.
Secondo i ricercatori, questi risultati rappresentano un tassello importante per comprendere meglio i rischi associati ai Pfas a catena corta, ancora poco studiati rispetto alle forme tradizionali. Le evidenze suggeriscono la necessità di rafforzare le attività di monitoraggio e di includere indicatori legati al neurosviluppo nelle future valutazioni del rischio.
CITATI: FEDERICA GALLOCCHIO, MARTA VASCELLARISe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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