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Ambiente

30 Settembre 2026

Permafrost, il degrado riguarda anche le Alpi italiane. Lo studio

Uno studio internazionale, basato su dati raccolti in 156 stazioni di monitoraggio tra Artico, Antartide e le principali catene montuose del pianeta, mostra che il permafrost si sta degradando a livello globale. Tra i siti coinvolti anche Cime Bianche, in Valle d’Aosta

di Redazione Vet33


Permafrost, il degrado riguarda anche le Alpi italiane. Lo studio

Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment offre la fotografia più completa mai realizzata sullo stato del permafrost nel mondo. Il lavoro raccoglie e analizza dati raccolti sul campo in 156 stazioni di monitoraggio, tra cui il sito di Cime Bianche, a Valtournenche, in Valle d’Aosta. Le stazioni sono distribuite tra Artico, Antartide e le principali catene montuose del pianeta, dalle Alpi europee alle Ande, dall’Asia d’alta quota alla Mongolia, con osservazioni che coprono un quarto di secolo, dal 2000 al 2024.

Cosa misura lo studio

Il parametro osservato è lo spessore dello “strato attivo”, ovvero la porzione di terreno che ogni anno si scongela in estate e rigela in inverno, sopra il permafrost vero e proprio, che resta invece perennemente ghiacciato. Quando questo strato si ispessisce nel tempo, è il segnale più diretto che il permafrost sottostante si sta degradando.

I risultati mostrano che lo strato attivo è aumentato in modo significativo nel 55% delle stazioni artiche e nel 38% di quelle antartiche. Nelle montagne europee e nei siti d’alta quota in Asia l’aumento ha interessato oltre il 90% delle stazioni monitorate, e lo stesso vale per i pochi siti osservati sulle Ande sudamericane.

I cambiamenti più marcati sono in montagna

È proprio in ambiente montano che si registrano i cambiamenti più marcati: in alcune stazioni alpine lo strato attivo è arrivato a raddoppiare nel giro di vent’anni, con incrementi fino a 36 centimetri l’anno in Svizzera e tra 9,7 e 20,2 centimetri l’anno nelle Alpi italiane. Un caso limite è quello della stazione svizzera dello Schilthorn, dove nel 2022 lo spessore ha raggiunto i 13 metri, il valore più alto mai registrato in una rete di monitoraggio.

Perché non tutti i terreni rispondono allo stesso modo

Non tutti i terreni rispondono allo stesso modo: dove il suolo ha uno strato organico spesso, come torbe o suoli ricchi di sostanza vegetale, o un elevato contenuto di ghiaccio, il fenomeno procede più lentamente, perché parte del calore in eccesso viene assorbita prima di raggiungere il permafrost. La causa principale individuata dai ricercatori è l’aumento delle giornate estive calde; un ruolo secondario, ma comunque misurabile, è giocato anche dall’aumento delle piogge, che contribuiscono a riscaldare ulteriormente il terreno.

Perché la notizia riguarda l’arco alpino

Un permafrost meno stabile è collegato a un maggior rischio di frane, crolli di roccia e colate detritiche in alta quota, con possibili conseguenze anche per rifugi, impianti e infrastrutture di montagna. Inoltre, il disgelo del permafrost può liberare gas serra rimasti finora intrappolati nel terreno, alimentando a sua volta il riscaldamento globale. Lo studio conferma che il fenomeno, un tempo associato quasi esclusivamente alle regioni polari, è ormai una realtà diffusa e ben misurabile anche sulle nostre montagne.

Il monitoraggio ARPA Valle d’Aosta a Cime Bianche

Tra le stazioni che hanno contribuito allo studio internazionale figura anche il sito di Cime Bianche, in Comune di Valtournenche, a 3.100 metri di quota. Attivo dal 2006 e gestito da ARPA Valle d’Aosta, il sito fa parte di una rete regionale di monitoraggio del permafrost che comprende anche le pareti rocciose del Cervino, nei pressi della Capanna Carrel, e il ghiacciaio roccioso del Gran Sometta: tre ambienti diversi concentrati in pochi chilometri quadrati, che permettono di confrontare le risposte del permafrost alpino a parità di condizioni climatiche generali. 

TAG: ALPI ITALIANE, CAMBIAMENTO CLIMATICO, ONE HEALTH, PERMAFROST

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