Alert sanitari
16 Gennaio 2026La Commissione europea segnala un incremento significativo dei casi di influenza aviaria, con una forte concentrazione in Germania, Polonia, Francia e Italia. Le migrazioni degli uccelli selvatici e la densità degli allevamenti avicoli restano i principali fattori di rischio. Per gli esperti, sorveglianza e biosicurezza sono essenziali per prevenire mutazioni pericolose

In meno di quattro settimane l’Unione europea ha registrato 60 nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI), confermando una ripresa marcata della circolazione virale nel periodo invernale. Dalla fine di dicembre 2025, 13 Stati membri – tra cui l’Italia – hanno segnalato casi nei propri allevamenti avicoli e nei siti con volatili in cattività, imponendo l’attivazione immediata delle zone di protezione e sorveglianza previste dalla normativa comunitaria. La Commissione europea avverte che il contenimento rapido rimane cruciale per limitare i danni economici e sanitari, mentre gli epidemiologi richiamano l’attenzione sulla capacità evolutiva del virus e sul rischio di mutazioni durante la circolazione inter-specie.
La diffusione del virus HPAI continua a rappresentare una delle principali minacce per la sanità animale europea durante la stagione invernale. Secondo le notifiche trasmesse alla Commissione europea, dal 12 dicembre 2025 sono stati individuati 60 nuovi focolai in tredici Paesi Ue: Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia.
La circolazione più intensa è stata documentata in Germania, Polonia, Francia e Italia, dove la presenza di aree ad alta densità avicola incrementa la probabilità di introduzione e diffusione del virus.
Nel nostro Paese, i focolai hanno interessato diversi allevamenti, in particolare tacchini e galline ovaiole. Questi si trovano nelle regioni a maggiore concentrazione produttiva, ovvero Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto.
In seguito alla comparsa dei nuovi casi, sono state attivate le misure di controllo previste dalla normativa europea, che includono la delimitazione delle zone di protezione e la sorveglianza attorno agli stabilimenti colpiti, con il rafforzamento dei protocolli di biosicurezza aziendale. Non mancano l’incremento dei controlli veterinari ufficiali e il tracciamento dei movimenti di animali e materiali a rischio.
Le autorità sanitarie nazionali e gli Istituti Zooprofilattici ricordano che, grazie ai controlli, carni e uova provenienti dalla filiera legale restano sicure per il consumo umano.
La Commissione europea evidenzia che i cicli migratori rimangono uno dei principali vettori di diffusione dell’HPAI. Durante gli spostamenti autunnali e primaverili, gli uccelli selvatici possono trasportare il virus su lunghe distanze, introducendolo nelle popolazioni di pollame domestico.
Contemporaneamente, fattori come densità elevata degli allevamenti, stress ambientali stagionali e condizioni climatiche favorevoli alla sopravvivenza del virus, possono amplificare la probabilità di trasmissione intra- e inter-azienda.
L’epidemiologo Massimo Ciccozzi mette in guardia sulla capacità del virus di mutare durante la sua circolazione.
“L’aviaria è un’influenza che conosciamo da circa cento anni: l’uomo si infetta direttamente dall’animale che ha il virus. Ad oggi non è stato dimostrato il contagio interumano, che è il vero spauracchio perché il tasso di letalità è intorno al 35-40%”, spiega.
Secondo l’esperto, ogni passaggio tra animali aumenta la possibilità di mutazioni casuali, alcune delle quali potrebbero facilitare un salto di specie. In un’ottica One Health, il rafforzamento della sorveglianza veterinaria continua è un elemento essenziale per mitigare i rischi di trasmissione e mutazione virale.
CITATI: MASSIMO CICCOZZI“Più fa passaggi da un animale all’altro, più la situazione si complica e aumenta il rischio” continua Ciccozzi. “Le mutazioni sono casuali e non sappiamo se possa verificarsi quella che consente lo spillover all’uomo e quindi il contagio interumano”.
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