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One Health

31 Luglio 2025

West Nile, quando i mass media dimenticano la scienza veterinaria. Intervista a Giovanni Di Guardo

Il professor Giovanni Di Guardo sottolinea l’importanza di un approccio integrato uomo-animale-ambiente nella prevenzione delle zoonosi: dalla sorveglianza sugli uccelli migratori al monitoraggio delle zanzare, fino alla comunicazione pubblica del rischio

di Redazione Vet33


West Nile, quando i mass media dimenticano la scienza veterinaria. Intervista a Giovanni Di Guardo

La West Nile, come altre arbovirosi, è un campanello d’allarme per la salute pubblica globale. La sua diffusione, accelerata dai cambiamenti climatici, coinvolge uccelli migratori, zanzare, cavalli, esseri umani e persino mammiferi marini, ridefinendo gli scenari epidemiologici.

Nell’intervista che segue il professor Giovanni Di Guardo, già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo, denuncia la marginalizzazione della professione medico veterinaria nel dibattito pubblico sulle zoonosi ed evidenzia la necessità di un reale approccio One Health, in cui i medici veterinari abbiano un ruolo paritario agli altri professionisti medici nella gestione e comunicazione del rischio.
 

Come si dovrebbe parlare di West Nile Virus?

I recenti casi umani di malattia da West Nile Virus (WNV), che hanno portato alla scomparsa per prima di una donna ultraottantenne a Latina, nonché a ulteriori 8 casi di malattia neuroinvasiva a esito fatale, hanno riacceso i riflettori su questa infezione virale, ma il dibattito mediatico continua a offrire una rappresentazione parziale e frammentaria della realtà. 
La discussione si concentra quasi esclusivamente, infatti, sulla sintomatologia e sulle forme neuroinvasive nell’uomo, dimenticando tutto ciò che precede il caso umano e che è invece fondamentale per la prevenzione. Questa “fotografia” della malattia solo nell’ultima fase, quando il paziente è già in ospedale, ignora le dinamiche evolutive e di trasmissione che parimenti coinvolgono animali e ambiente, ulteriori fondamentali pilastri del concetto di One Health.

Il WNV è un flavivirus dotato di potere zoonosico, oltre che di comprovato neurotropismo e neuropatogenicità, con uno spettro d’ospite sorprendentemente ampio, con ogni probabilità quello più esteso finora osservato in natura. È stato descritto in quattro delle cinque classi di vertebrati: mammiferi, uccelli, rettili e anfibi. Tra gli esempi più emblematici, l’infezione da WNV e le conseguenti lesioni a carico del sistema nervoso centrale (SNC) sono state riscontrate persino negli alligatori del Mississippi (Alligator mississipiensis) e in mammiferi marini quali orche (Orcinus orca) e foche (Phoca vitulina) mantenuti all’interno di parchi acquatici.

La trasmissione del virus è affidata principalmente a insetti vettori, in particolare alle zanzare del genere Culex, con la specie Culex pipiens che risulta essere quella più comunemente associata (in Italia e non solo) alla sua trasmissione sia all’uomo sia al cavallo, nonché alle altre specie suscettibili.
Il virus – e, con esso, le zanzare che lo veicolano al proprio interno – sono ornitofili, ovvero “amano gli uccelli”, nei quali si realizza una viremia prolungata che può durare per diversi giorni consecutivi. Questa caratteristica permette agli uccelli migratori di fungere da vettori a lunga distanza, diffondendo il virus dal continente africano, dove WNV è endemico, al continente europeo e creando, al contempo, nuovi circuiti di trasmissione coinvolgenti in primis l’avifauna locale.
Le zanzare acquisiscono il virus pungendo gli uccelli migratori. In questi insetti il virus si moltiplica e, dopo un certo periodo (extrisic incubation period), che si accorcia quanto più crescono le temperature ambientali, riescono a trasmetterlo a un nuovo ospite.
Una volta che una zanzara infetta punge un ospite come l’uomo o il cavallo – considerati “ospiti a fondo cieco” poiché non riescono ad attuare un’efficiente trasmissione intra-speciem e inter-specifica del virus –, l’infezione può svilupparsi. Sebbene la maggior parte dei casi nell’uomo sia asintomatica o paucisintomatica – un caso su cinque presenta una sindrome febbrile con sintomi simil-influenzali –, una piccola percentuale (0,5-1%) può sviluppare forme neuroinvasive gravi, soprattutto in individui fragili e anziani, come avvenuto nei giorni scorsi per quei nove pazienti italiani nei quali la malattia ha avuto un esito infausto.

Altri agenti virali come il virus Usutu, appartenente anch’esso al genere flavivirus, nonché i virus del cimurro e dell’influenza aviaria ad alta patogenicità A(H5N1), condividono con il WNV la capacità di infettare un ampio spettro di specie animali domestiche e selvatiche, dimostrando in tal modo l’interconnessione delle rispettive dinamiche eco-epidemiologiche nell’ambito di differenti ecosistemi.

Ripercorrendo la storia del virus, da dove arriva? Quando è stato registrato per la prima volta in Italia?

La prima identificazione di WNV risale al 1937, allorquando fu isolato per la prima volta da una donna affetta da una sindrome febbrile nella regione del West Nile in Uganda, da cui prende il nome. Da allora il virus si è progressivamente diffuso nel continente africano e, a seguire, a quelli asiatico ed europeo, per fare quindi il proprio ingresso nel continente nord-americano e, più precisamente, nella regione orientale degli Usa, nel 1999.

In Italia il virus è entrato per la prima volta nel lontano 1998. Abbiamo riscontrato la sua presenza, inizialmente, attraverso studi condotti su cavalli in diverse scuderie della Regione Toscana, nelle province di Pisa, Lucca, Pistoia e Firenze, all’interno del “Padule di Fucecchio”, una zona paludosa estremamente interessante, un ecosistema ricco di biodiversità che attrae molte specie aviarie migratrici.
Ho avuto il piacere, l’onore e il privilegio, insieme ai colleghi veterinari – professor Carlo Cantile, professor Mario Arispici e dottoressa Claudia Eleni – di collaborare a questi studi, in uno di quegli esempi di mirabile collaborazione interistituzionale fra l’Università di Pisa e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana.
Fu grazie alle dettagliate quanto approfondite indagini necroscopiche e alle successive indagini ancillari post mortem (prime fra tutte quelle istopatologiche) eseguite su questi cavalli, che mostravano chiare lesioni di encefalomielite a eziologia virale, che si riuscì a identificare la malattia e a caratterizzarne i peculiari aspetti clinico-patologici. 
In questo modo si riuscì a tracciare un quadro completo della patologia sin dai suoi esordi, evidenziando il ruolo insostituibile della patologia veterinaria e comparata nella diagnostica differenziale e nell’inquadramento nosologico delle zoonosi sostenute da agenti in grado di colonizzare il SNC dell’ospite.

Oggi si trovano molte notizie sui quotidiani. Ma che cosa ci dicono veramente i recenti casi umani registrati in Italia. Qual è la reale pericolosità del virus? 

Nell’uomo, così come nel cavallo, si possono osservare le cosiddette forme neuroinvasive di West Nile, quadri di encefalomielite che possono esitare in episodi di paresi o di paralisi, se non a volte anche di tetraparesi o tetraplegia, manifestazioni che dipendono dalla localizzazione topografica dell’agente patogeno e, a seguire, del processo infiammatorio conseguente all’aggressione virale. Ma ciò nell’uomo riguarda una piccolissima percentuale di pazienti che contraggano l’infezione da WNV, lo 0,5-1%, e perlopiù individui fragili in quanto già affetti da preesistenti condizioni patologiche, oltre che soggetti in età avanzata.

Le forme neuroinvasive sono il risultato della migrazione del virus attraverso l’organismo. Il virus supera la barriera emato-encefalica e colonizza quindi il distretto encefalo-midollare, a livello del quale poi l’organismo risponde attraverso lo sviluppo di lesioni inquadrabili in una encefalomielite non purulenta. Queste ultime giustificano, a loro volta, i conseguenti deficit neuromuscolari.
Come già accennato in precedenza, la stragrande maggioranza dei casi nell’uomo sono asintomatici o paucisintomatici. Si calcola che in un caso su cinque vi possano essere rialzo febbrile, cefalea e dolori muscolari, oltre a quadri sintomatologici simil-influenzali.

Concentrandosi quasi esclusivamente sull’uomo – come a ogni piè sospinto avviene nel nostro mondo sempre più “antropocentrico e antropomorfico” –, si dimentica però il fatto questo virus ha, con ogni probabilità, il più ampio spettro d’ospite esistente in natura!
Di cinque classi di vertebrati – mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci, – l’infezione da WNV è stata descritta in ben quattro, come si è già detto. Addirittura, negli alligatori che vivono nel Mississippi sono state riscontrate lesioni encefalomielitiche sostenute dal virus. Alcuni colleghi hanno altresì descritto quadri di encefalomielite da WNV sia in esemplari di orca mantenuti in cattività nel parco acquatico di Sant’Antonio in Texas, nonché in un esemplare di foca comune, mantenuto anch’esso in ambiente controllato.

Qual è il modo corretto per affrontarlo? Che cosa occorre fare per proteggersi dal virus?

La sorveglianza entomologica – sulle zanzare –, unitamente a quella sulla fauna domestica e selvatica recettiva – con particolare riferimento ai volativi e ai cavalli –, costituiscono due “pilastri” fondamentali della sorveglianza eco-epidemiologica nei confronti di WNV, così come di altre arbovirosi sostenute da agenti a documentata capacità zooosica. Concentrarsi unicamente sul “caso umano” finale comporta la grave, colpevole e largamente evitabile conseguenza di ignorare le complesse quanto articolate dinamiche di trasmissione a monte, che sono cruciali ai fini della prevenzione di questa come di altre infezioni, virali e non, sostenuta da microorganismi veicolati da artropodi.

Non solo è consigliabile, ma è obbligatorio per legge attuare queste strategie, come previsto dal vigente “Piano Nazionale per il Controllo delle Arbovirosi” (PNA). L’obiettivo è rilevare la presenza del virus nella fauna e nei vettori al precipuo fine di impedire che l’infezione si trasmetta a specie suscettibili, in primis l’uomo, ma anche il cavallo, che è pienamente ricettivo nei confronti della stessa.

La narrazione sui media raramente considera i medici veterinari. È già accaduto, per esempio, con la pandemia da Covid-19. Che conseguenze può avere sul piano della prevenzione e della gestione delle zoonosi?

I medici veterinari dovrebbero essere coinvolti in maniera totalmente egualitaria, se non in alcuni casi superiore alla professione medica. Per comprendere realmente le dinamiche di qualsivoglia malattia infettiva, dai suoi esordi e dalla conseguente evoluzione attraverso la lunga e complessa catena di trasmissione, è fondamentale partire dai suoi serbatoi (reservoirs), che in natura sarebbero rappresentati, nella fattispecie in esame, dai volatili.

Sulla West Nile i cittadini hanno recepito una messe di informazioni in maniera preponderante da medici e assai poco, per non dire quasi per nulla, da colleghi veterinari. Ciò potrebbe aver fatto passare il falso messaggio che ogni zanzara che ti dovesse pungere veicoli il virus. Nulla di più falso, in quanto si calcola che un individuo ogni 30.000 della specie Culex pipiens (così come di altre zanzare vettrici) possa veicolare il virus al proprio interno. Quindi, la puntura di zanzara non equivale “all’acquisizione del virus”.

Ciononostante, ai fini della prevenzione il “rischio zero” non esiste, togliamocelo dalla testa. Sta a noi, tuttavia, far sì che il cosiddetto “rischio di esposizione” dell’uomo – e non solo dell’uomo – tenda il più possibile allo zero.
E tutto questo lo si fa con una serie di azioni concertate che vedono nella One Health il loro fulcro, da realizzarsi compiutamente mediante la stretta collaborazione intersettoriale tra medicina umana e medicina veterinaria, quell’“universal medicina” giustappunto a cui guardavano i nostri padri, molto più di quanto non guardi a essa l’uomo contemporaneo.

La storia della Medicina Veterinaria stessa ne testimonia l’importanza: le prime Facoltà di Medicina Veterinaria in Europa, come quelle di Lione (1761), Torino (1769) e Bologna (1784), nacquero infatti in risposta a epidemie devastanti come la peste bovina, che nel XVIII secolo falcidiava le mandrie di mezza Europa, dimostrando in tal modo che i veterinari sono “intrisi fino al midollo” di malattie infettive. 

Eppure, nonostante questa storica competenza, la nostra professione non riesce ad affermare la propria presenza identitaria, perpetuando un gap culturale in cui il pubblico generale percepisce ancora il veterinario come “chi cura cani e gatti”. Persino per problematiche di esclusiva pertinenza della sanità animale, come la Peste Suina Africana, sono stati in più occasioni professionisti non veterinari (quali medici e agronomi) a dominare la narrazione mediatica. Per colmare questo vuoto conoscitivo, appare dunque essenziale che i veterinari stessi prendano l’iniziativa, raccontando chi sono e da quale illustre Storia provengono poiché, in caso contrario, la conoscenza e la narrazione mediatica di qualsivoglia problematica che connetta salute animale e umana rimarrà frammentaria, di parte e pertanto, in quanto tale, deficitaria.

Fonti

Cantile C, Di Guardo G, Eleni C, Arispici M. Clinical and neuropathological features of West Nile virus equine encephalomyelitis in Italy. Equine Vet J. 2000 Jan;32(1):31-5. 
doi: 10.2746/042516400777612080

BMJ 2025;389:r1057 
https://www.bmj.com/content/389/bmj.r1057/rr-0  

CITATI: CARLO CANTILE, CLAUDIA ELENI, GIOVANNI DI GUARDO, MARIO ARISPICI
TAG: INTERVISTA VET33, MEDICI VETERINARI, ONE HEALTH, VIRUS WEST NILE

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