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06 Novembre 2026

Timidezza nel gatto, non è solo paura. Lo studio su PLOS One

Su PLOS One un’indagine dell’Università di Kyoto su 310 gatti descrive quattro profili comportamentali. Il più discusso unisce paura e spinta all’avvicinamento, come in alcuni lattanti


Timidezza nel gatto, non è solo paura. Lo studio su PLOS One

Non tutti i gatti che si nascondono all’arrivo di un estraneo vogliono davvero restare lontani. Secondo un gruppo di ricercatori giapponesi, una parte dei felini domestici combina livelli elevati di paura con una discreta spinta ad avvicinarsi a persone e oggetti nuovi. È un conflitto interiore che la psicologia dello sviluppo descrive da tempo nella timidezza dei bambini nella prima infanzia. Lo studio, condotto su 310 gatti attraverso questionari compilati dai proprietari, è stato pubblicato su PLOS One.

Timidezza e paura nel gatto: perché distinguerle

Nella ricerca sulla personalità animale la timidezza viene di solito collocata su un unico asse che va dalla paura all’audacia, il cosiddetto continuum shy-bold. Nella psicologia umana, invece, la timidezza infantile è considerata un tratto più articolato. Il bambino timido può desiderare il contatto con un adulto sconosciuto e, nello stesso momento, temerlo. Il gruppo coordinato da Madoka Hattori, dell’Institute for the Future of Human Society dell’Università di Kyoto, con Atsuko Saito della Sophia University di Tokyo e Shinya Yamamoto dell’Università di Kyoto, ha voluto verificare se questo conflitto tra avvicinamento ed evitamento si manifesti anche nel gatto domestico.

Come è stato condotto lo studio su 310 gatti

I ricercatori hanno adattato al gatto alcuni questionari usati per valutare il temperamento nella prima infanzia. Gli item sono stati riformulati in chiave felina, per esempio la rapidità con cui l’animale prende confidenza con persone familiari. Ai proprietari è stato chiesto di valutare tre dimensioni: timidezza, paura e tendenza ad avvicinarsi a persone o giocattoli nuovi.

Il campione complessivo di 310 gatti deriva da tre indagini successive, condotte nel 2024. La prima ha coinvolto 82 gatti di entrambi i sessi. La seconda ha riguardato 114 maschi, dopo che i primi dati avevano suggerito un comportamento diverso nei soggetti di sesso maschile. La terza ha incluso 114 maschi nati randagi. Tutti gli animali erano sterilizzati e avevano tra uno e sette anni di età.

I quattro profili comportamentali individuati

Il primo risultato è il più atteso: nella maggior parte dei gatti timidezza e paura risultano fortemente correlate. L’ipotesi principale, cioè che il rapporto tra timidezza e avvicinamento seguisse lo stesso andamento osservato nei lattanti, non ha trovato conferma statistica.

Un’analisi esplorativa per cluster ha però permesso di distinguere quattro profili. I gatti “altamente socievoli” e “socievoli” hanno punteggi di paura bassi e una tendenza all’avvicinamento rispettivamente alta e moderata. I gatti “timorosi” mostrano paura elevata e scarsa propensione ad avvicinarsi. Il quarto profilo, definito “timido”, associa paura elevata e tendenza all’avvicinamento, ed è quello che secondo gli autori richiama la timidezza infantile. Nella seconda indagine era il gruppo più numeroso, con 48 gatti su 114. Il profilo è stato ritrovato anche nella terza indagine, ma con una numerosità inferiore alle attese.

Maschi e randagi: cosa dicono davvero i dati

Il comunicato diffuso da PLOS indica che questa forma di timidezza è più frequente nei maschi e nei gatti nati randagi. Il dato va però letto alla luce del disegno dello studio. Due delle tre indagini erano composte esclusivamente da gatti maschi, e la terza solo da maschi di origine randagia. Secondo quanto riportato dal testo dell’articolo, inoltre, la quota di gatti nati randagi nel profilo “timido” non differiva dal resto del campione in misura tale da escludere il caso. Anche il tempo trascorso con il proprietario, nei soggetti nati randagi, non è risultato associato in modo significativo ai livelli di paura o di avvicinamento.

Limiti dello studio e implicazioni per il benessere felino

Gli stessi autori presentano i profili come risultati preliminari. I punteggi riflettono la percezione dei proprietari e non un’osservazione diretta del comportamento. I questionari nascono per l’uomo e il loro adattamento non garantisce che misurino tratti equivalenti nel gatto. Il campione, infine, è stato reclutato tra proprietarie di età compresa tra 20 e 50 anni, con animali sterilizzati e adulti. Il disegno trasversale non consente di stabilire se la personalità del singolo gatto cambi nel tempo, per esempio dopo l’adozione.

Secondo i ricercatori, una conoscenza più fine dei tratti di personalità potrebbe aiutare proprietari e rifugi a rispondere meglio alle esigenze dei singoli animali e a migliorarne il benessere. “I nostri risultati suggeriscono che la timidezza nel gatto è più complessa della semplice paura nei confronti dell’uomo, e che i gatti mostrano modelli di comportamento sociale molto diversi tra loro. Più che etichettare un gatto come ‘socievole’ o ‘timido’, speriamo che la ricerca incoraggi i proprietari a osservare e comprendere meglio il comportamento di ciascun animale”, scrivono gli autori.

TAG: COMPORTAMENTO, GATTI

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