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27 Ottobre 2026Una revisione di 176 studi rileva l'assenza di criteri clinici universalmente accettati e di sperimentazioni sui trattamenti antimicrobici

Non esistono criteri clinici universalmente accettati per diagnosticare la pielonefrite batterica nel cane e nel gatto, né sperimentazioni cliniche che abbiano valutato le diverse opzioni terapeutiche. È quanto emerge da una revisione della letteratura pubblicata su BMC Veterinary Research, che ha analizzato 176 studi per ricostruire le conoscenze disponibili sulla diagnosi, sul trattamento e sugli esiti della malattia.
La ricerca, condotta da L. Pelander, C. Ekstrand e K. Scahill, ha preso in esame pubblicazioni scientifiche relative alla pielonefrite spontanea nelle due specie. Gli autori hanno identificato studi pubblicati tra il 1954 e il 2025, comprendenti complessivamente circa 1.600 cani e gatti. Il materiale analizzato include 95 studi osservazionali e 81 segnalazioni di casi clinici, ma nessuna sperimentazione clinica.
La pielonefrite batterica è generalmente associata alla risalita di microrganismi dalle basse vie urinarie verso il rene, anche se è possibile una diffusione per via ematogena. La malattia può presentarsi in forma acuta o cronica e, soprattutto nelle forme croniche, la diagnosi può essere complessa per l'assenza di segni clinici che consentano di localizzare l'infezione.
Tra i 176 studi esaminati, soltanto 19 riportavano criteri clinici per la diagnosi di pielonefrite. Le definizioni utilizzate erano eterogenee e combinavano, con modalità differenti, risultati microbiologici, segni clinici, alterazioni degli esami di laboratorio e reperti diagnostici per immagini.
I segni considerati comprendevano letargia, riduzione dell'appetito, vomito, febbre e dolore renale o addominale. Tra gli elementi diagnostici figuravano inoltre urinocoltura positiva, alterazioni della funzione renale e dilatazione della pelvi renale. Quest'ultimo reperto, sottolineano gli autori, può tuttavia essere presente anche in condizioni diverse dall'infezione, come ostruzione ureterale, aumento della diuresi o malattia renale cronica.
La revisione evidenzia inoltre una carenza di informazioni sugli esiti clinici. I dati disponibili riguardano prevalentemente la sopravvivenza a breve termine, mentre risultano sostanzialmente assenti informazioni sull'evoluzione della funzione renale nel lungo periodo.
Un altro elemento riguarda la terapia antibiotica. Sebbene le raccomandazioni internazionali prevedano l'impiego di fluorochinoloni per il trattamento della pielonefrite, gli autori osservano che queste sostanze sono considerate di importanza critica anche per la medicina umana e che il loro utilizzo negli animali deve essere limitato secondo le indicazioni dell'Agenzia europea per i medicinali.
L'assenza di criteri diagnostici condivisi può contribuire, secondo gli autori, sia a diagnosi eccessive sia a diagnosi mancate, con conseguenze per la gestione dei pazienti e per l'impiego degli antimicrobici.
La revisione conclude che sono necessari ulteriori studi per definire criteri diagnostici, valutare l'efficacia dei trattamenti e documentare gli esiti clinici a breve e lungo termine.
https://link.springer.com/article/10.1186/s12917-026-06042-1
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