Farmaci
26 Ottobre 2026Uno studio brasiliano propone compresse da 40 mg stampate per estrusione semisolida, pensate per adattare la dose ai cani di piccola e media taglia

Spezzare a metà o in quarti una compressa nata per l’uomo è ancora la strada più battuta per dosare l’allopurinolo nel cane con leishmaniosi. Un gruppo di ricerca dell’Universidade Federal do Pampa propone un’alternativa: piccole compresse a ciambella da 40 mg, prodotte con una stampante 3D a temperatura ambiente. Secondo gli autori, sono adatte alla preparazione galenica e personalizzabili sul peso dell’animale. I test di qualità farmaceutica sono stati superati, ma la sperimentazione sui cani è ancora tutta da fare.
Nella gestione della leishmaniosi canina l’allopurinolo è impiegato come leishmaniostatico, in genere in associazione con miltefosina o antimoniato di meglumina. Per la terapia di lungo periodo gli autori indicano un dosaggio di 10 mg/kg. Secondo lo studio, però, non esistono in commercio formulazioni veterinarie specifiche di allopurinolo. Nella pratica clinica si ricorre quindi all’uso off-label delle compresse umane da 100 o 300 mg, che vanno frazionate per arrivare alla dose corretta.
È proprio il frazionamento il punto critico. Le compresse da 100 mg misurano circa 9 × 9 × 3 mm, e spezzarle a mano può introdurre scostamenti rilevanti nel contenuto di principio attivo per frazione. Gli autori richiamano anche un rischio ulteriore dell’uso di farmaci umani in veterinaria: l’esposizione degli animali a eccipienti potenzialmente non adatti alla specie.
Il gruppo di ricercatori afferisce al Programma di post-laurea in Scienze farmaceutiche dell’Universidade Federal do Pampa (Uruguaiana) e al Programma in Scienza e tecnologia degli alimenti dell’Universidade Federal de Santa Maria. Il lavoro, finanziato dall’agenzia brasiliana CAPES, è stato pubblicato in open access sul Journal of Pharmaceutical Innovation.
La tecnica scelta è l’estrusione semisolida (SSE). Una pasta contenente il farmaco viene spinta da una siringa attraverso un ugello e depositata strato su strato secondo un modello digitale. Il processo lavora a 25 °C, così il principio attivo non è mai esposto a temperature superiori a quelle ambientali, compresa la fase di essiccazione. La pasta si prepara con mortaio e pestello, un metodo scelto deliberatamente perché accessibile alle farmacie galeniche veterinarie.
Per la stampa i ricercatori hanno usato una stampante alimentare commerciale, la 3D Food Printer Wiiboox Sweetin, con ugello da 0,84 mm. Ogni unità richiede circa 1,3 minuti, per una resa di circa 45 compresse l’ora. Gli autori precisano che non si tratta di un’apparecchiatura di grado farmaceutico. Ne segnalano però il costo compatibile con la produzione su piccola scala e la possibilità di sostituire le siringhe per limitare la contaminazione crociata. La geometria scelta è un toroide, cioè una forma a ciambella.
Il gruppo ha confrontato otto formulazioni, combinando amido di mais o lattosio come riempitivi, carbossimetilcellulosa sodica o idrossipropilmetilcellulosa (HPMC) come polimeri e croscarmellosa sodica come disgregante. Primo criterio di selezione degli eccipienti è stata l’idoneità tossicologica per cani e gatti. Le paste a base di amido e carbossimetilcellulosa si stampavano bene ma rilasciavano poco farmaco. Con una concentrazione più alta di HPMC la dissoluzione rallentava troppo per una forma a rilascio immediato.
La formulazione vincente contiene il 6,25% di allopurinolo, il 2% di HPMC, il 5% di croscarmellosa, il 46,75% di lattosio e il 40% di soluzione legante acqua-etanolo in rapporto 7:3. Il lattosio, notano gli autori, potrebbe offrire anche un vantaggio di palatabilità grazie al gusto neutro. Potrebbe così sostituire aromatizzanti come il fegato di suino o di pollo, il cui contenuto di grassi rischierebbe di ritardare il rilascio del farmaco. Questa ipotesi però non è stata verificata sugli animali.
Le compresse ottenute hanno un peso medio di 390,1 mg e un contenuto di allopurinolo di 39,83 ± 0,75 mg per unità. L’uniformità di contenuto è del 104,74 ± 2,36%, con un valore di accettazione di 5,4. Tutti i test rientrano nei requisiti della Farmacopea brasiliana per le forme orali solide. Durante l’essiccazione, durata 40 minuti, le compresse si sono ristrette rispetto al modello digitale, passando da 15 a circa 12 mm di larghezza. Peso e contenuto di farmaco sono però rimasti costanti.
Nel test di farmacopea (acido cloridrico 0,01 M, apparecchio a palette, 75 rpm) le compresse hanno soddisfatto il requisito di almeno il 75% di farmaco disciolto in 45 minuti, superando l’85% già entro 30 minuti. Il profilo di rilascio è descritto al meglio da un modello cinetico di primo ordine. Il comportamento è risultato simile nell’intervallo di pH compreso tra 1,2 e 7,5.
Riducendo il volume del mezzo a 200 mL, invece, l’efficienza di dissoluzione è calata. Gli autori attribuiscono il calo alle diverse condizioni idrodinamiche del sistema miniaturizzato e rimandano a studi successivi. Osservano inoltre che questi apparecchi miniaturizzati, utili per le basse dosi e per i volumi gastrici delle diverse specie, non sono ancora riconosciuti da EMA e FDA. Le linee guida VICH, aggiungono, non contengono indicazioni specifiche sui sistemi miniaturizzati.
Il processo è stato valutato anche con l’Index of Greenness Assessment of Printed Pharmaceuticals (iGAPP), una metrica di impatto ambientale specifica per la stampa farmaceutica. Il punteggio è risultato prevalentemente “verde” su quasi tutti i parametri. L’unica voce in rosso riguarda il numero di principi attivi per formulazione. Secondo gli autori, il vantaggio principale è il lavoro a temperatura ambiente in tutte le fasi, con un consumo energetico inferiore rispetto ad altre tecniche additive come la modellazione a deposizione fusa.
Lo studio è esclusivamente farmaceutico e in vitro: non include prove sui cani né dati di farmacocinetica o di efficacia. Gli stessi autori indicano diversi passaggi ancora aperti. Non è stata misurata l’uniformità di contenuto delle compresse stampate quando vengono a loro volta frazionate. Non sono stati testati dosaggi o dimensioni diverse per coprire una gamma più ampia di pesi corporei. Mancano studi di accettabilità e assunzione volontaria nel cane, e servono prove in mezzi di dissoluzione biorilevanti, che tengano conto del pH gastrico più alto e dei volumi gastrointestinali più ridotti del cane rispetto all’uomo. Resta infine da valutare l’etanolo residuo, per i potenziali rischi tossicologici nella specie.
Con queste cautele, i ricercatori considerano l’estrusione semisolida una strada promettente per la galenica veterinaria. A loro giudizio la tecnica è semplice, meno costosa di altre e adatta a contesti decentrati o con risorse limitate. Il valore della proposta è particolarmente evidente per una zoonosi trascurata come la leishmaniosi, nei Paesi tropicali dove le opzioni terapeutiche restano scarse.
TAG: ALLOPURINOLO, FARMACI VETERINARI, LEISHMANIOSI, STAMPA 3DSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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