Cani
30 Luglio 2026Una ricerca dell’Università di Pisa dimostra per la prima volta che lo stile di attaccamento del cane al proprio caregiver è collegato non solo allo stress acuto, ma anche ai livelli di stress cronico misurati attraverso il cortisolo nel pelo

Il modo in cui un cane si lega alla persona che se ne prende cura non incide solo sulle reazioni immediate a una situazione stressante, ma lascia tracce misurabili anche a distanza di tempo. È quanto emerge da uno studio coordinato dal Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, che per la prima volta collega il tipo di attaccamento del cane al proprio caregiver ai livelli di stress cronico accumulato, oltre che alla risposta allo stress acuto già nota dalla letteratura precedente.
Lo studio, condotto nell’ambito del dottorato di ricerca di Giacomo Riggio, ha coinvolto cento cani e i rispettivi caregiver. Per classificare il tipo di legame, i ricercatori hanno utilizzato lo Strange Situation Test, un protocollo nato per lo studio dell’attaccamento nei bambini e successivamente adattato alla specie canina, che prevede brevi separazioni e ricongiungimenti tra cane e caregiver oltre all’interazione con una persona sconosciuta. Sulla base delle reazioni osservate, il campione è stato suddiviso in tre profili: circa il 65% dei cani ha mostrato un attaccamento sicuro, il 15% un attaccamento insicuro-ansioso e il 17% un attaccamento insicuro-evitante.
Accanto alla classificazione comportamentale, il team ha rilevato una serie di parametri fisiologici: frequenza cardiaca, temperatura corporea, pressione arteriosa e cortisolo, dosato sia nella saliva, indicatore di stress acuto, sia nel pelo, marcatore di stress accumulato nel tempo. I cani con attaccamento sicuro sono risultati più capaci di affrontare le situazioni stressanti, mentre quelli con attaccamento insicuro-ansioso hanno mostrato reazioni più intense.
“Per la prima volta siamo riusciti a dimostrare con dati scientifici che il legame di attaccamento del cane è associato anche allo stress cronico”, ha spiegato la professoressa Chiara Mariti del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa. “È un tema di cui si discute da tempo nella medicina comportamentale veterinaria e nella cinofilia, basandoci sulla psicologia umana, ma finora mancavano prove sperimentali”.
Secondo Mariti, i dati raccolti indicano un messaggio pratico ben preciso per chi convive con un cane: “Quando un cane cerca il contatto con la persona di riferimento, rispondere in modo positivo è benefico per il suo benessere. Le carezze, la vicinanza e il contatto fisico non sono semplici gesti di affetto, ma rappresentano un importante fattore di protezione, capace di contribuire a ridurre lo stress dell’animale anche nel lungo periodo”.
Mariti ha sottolineato la portata più ampia dei risultati: “I nostri risultati mostrano che gli effetti di una relazione di qualità non si limitano al modo in cui il cane affronta un singolo episodio stressante. Questo ci fornisce le basi per favorire il benessere dei cani e comprendere il ruolo della relazione con il caregiver, ribaltando vecchie concezioni basate sull’imposizione e aprendo nuove prospettive applicative fondate sulla qualità della relazione e sul rispetto”.
Lo studio, dal titolo “Attachment patterns toward the caregiver modulate canine physiological indicators of acute and chronic stress”, è firmato da Giacomo Riggio, Carmen Borrelli, Marco Campera, Silvana Diverio e Chiara Mariti. La ricerca è stata condotta dal Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa, in collaborazione con la Oxford Brookes University nel Regno Unito e con il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Perugia.
CITATI: CHIARA MARITI, GIACOMO RIGGIOSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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