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Animali esotici

03 Novembre 2026

Burnout grave per un veterinario per animali esotici su quattro

Il conflitto con i proprietari pesa più di turni e ore di lavoro. Lo indica il primo studio italiano dedicato ai veterinari degli animali esotici


Burnout grave per un veterinario per animali esotici su quattro

Quasi la metà dei veterinari italiani che lavorano con animali esotici supera la soglia di rischio burnout, e più di uno su quattro rientra nella fascia grave. Il carico di lavoro però non spiega il fenomeno. A pesare di più è il rapporto conflittuale con i proprietari. È il dato centrale di un’indagine su 190 professionisti pubblicata su Frontiers in Veterinary Science. Si tratta del primo lavoro che applica il Burnout Assessment Tool a veterinari italiani.

Quanti veterinari degli animali esotici sono in burnout in Italia

Lo studio è firmato da Samuele Noè, Matteo Serpieri, Paola Gatti, Matteo Cesare Stucchi, Giacomo Garzaro e Mitzy Mauthe von Degerfeld, ricercatori delle Università di Torino e di Milano-Bicocca. Il campione conta 190 veterinari che si occupano di animali esotici: piccoli mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci ornamentali, fauna selvatica e specie da zoo. Secondo le soglie europee di riferimento, il 54,7% dei partecipanti non presenta burnout. Il 18,9% è in una condizione di rischio (fascia arancione) e il 26,3% in burnout grave (fascia rossa). Complessivamente il 45,3% si colloca pari o sopra la soglia di rischio.

Delle quattro dimensioni misurate, la più marcata è l’esaurimento, con un punteggio medio di 3,27 su 5. Seguono il distacco mentale, la compromissione emotiva e quella cognitiva. Secondo gli autori, in questa popolazione il burnout si manifesta soprattutto come perdita di energie, più che come disimpegno o calo delle funzioni emotive e cognitive.

Perché il conflitto con il cliente pesa più del carico di lavoro

Nell’analisi multivariata il conflitto con i clienti o i collaboratori esterni è il fattore più fortemente associato a punteggi di burnout più alti (β = 0,34; p < 0,001). Le variabili quantitative del lavoro non mostrano invece associazioni significative: ore settimanali, turni notturni, reperibilità. Lo stesso vale per età e anni di esperienza. L’unica eccezione riguarda le urgenze. Chi le gestisce riporta punteggi mediani più alti di chi non le gestisce (2,58 contro 2,33). Per gli autori il motivo potrebbe essere l’imprevedibilità del carico più che il tempo dedicato.

Nella lettura dei ricercatori, la medicina degli esotici amplifica la tensione relazionale. I proprietari spesso investono molto sul piano emotivo ma hanno conoscenze limitate sulla specie. Il veterinario deve invece comunicare incertezza diagnostica, costi, limiti legati al benessere animale e a volte prognosi sfavorevoli. Per molte specie mancano inoltre percorsi diagnostici e terapeutici standardizzati. Gli autori sottolineano che la prevalenza osservata non indica un burnout più diffuso rispetto ad altri ambiti veterinari. Il contesto degli esotici aiuterebbe però a spiegarne il profilo, dominato dall’esaurimento e dalle richieste relazionali.

Quali fattori proteggono dal burnout

Tra le risorse, la più solida è l’allineamento tra lavoro e valori personali (β = -0,21). Seguono l’equilibrio tra vita privata e lavoro (β = -0,15) e l’autonomia professionale (β = -0,14). Secondo gli autori, in questo ambito il senso del lavoro è spesso legato al benessere animale, alla conservazione delle specie e alla competenza in una nicchia clinica.

Anche il numero di figli risulta associato a punteggi più bassi (β = -0,13). I ricercatori invitano a interpretare il dato con cautela, perché il sottogruppo con più di due figli è piccolo e la direzione del legame non è chiara. La famiglia potrebbe offrire fonti di significato alternative. In alternativa, chi ha condizioni professionali più stabili potrebbe essere più propenso ad avere figli.

L’equilibrio vita-lavoro è anche la voce con il punteggio medio più basso tra i fattori organizzativi indagati (2,23 su 5). È seguita dalla soddisfazione per la remunerazione, rilevata però solo su una parte del campione.

Come si misura il burnout con il BAT-12

Lo strumento usato è la versione italiana a 12 item del Burnout Assessment Tool (BAT-12). Descrive il burnout come una sindrome unica con quattro componenti e, a differenza del Maslach Burnout Inventory, dispone di soglie cliniche validate su un campione europeo aggregato. Un punteggio totale inferiore a 2,54 indica assenza di burnout. Tra 2,54 e 2,95 il profilo è a rischio, da 2,96 in su il burnout è grave. Nel campione la scala ha mostrato una buona coerenza interna (alfa di Cronbach 0,88). Il quadro teorico adottato è il modello Job Demands-Resources, che legge il benessere lavorativo come equilibrio tra richieste del lavoro e risorse disponibili.

Come si colloca l’Italia rispetto a Spagna e Stati Uniti

La quota di burnout grave rilevata (26,3%) è inferiore al 33,6% dell’unico precedente studio veterinario basato sul BAT, condotto in Spagna da Osca e colleghi con la versione estesa dello strumento. È inferiore anche al 50,2% di burnout elevato documentato da Ouedraogo e colleghi su 5.020 veterinari statunitensi con il Maslach Burnout Inventory. Gli autori avvertono che i confronti sono solo descrittivi, perché popolazioni, campionamento e strumenti sono diversi.

Rispetto a precedenti lavori italiani e spagnoli, in questo campione non emergono differenze significative per sesso, età o area geografica. Secondo i ricercatori, nella medicina degli esotici il burnout potrebbe dipendere più dalle caratteristiche del lavoro, condivise da tutti, che dai dati demografici.

Chi ha partecipato all’indagine

Il questionario anonimo online è stato diffuso tra i soci della Società Italiana Veterinari Animali Esotici (SIVAE). La presentazione è avvenuta ai congressi nazionali di ottobre 2025 e marzo 2026, con due promemoria via email. La raccolta si è chiusa a maggio 2026. I 190 rispondenti corrispondono a circa un terzo di una popolazione stimata in 600 professionisti.

Il campione è composto per il 62,1% da donne e per il 93,7% da liberi professionisti. Il 61,6% lavora nel Nord Italia, il 49,5% gestisce urgenze e il 98,4% tratta pet esotici. Solo il 14,2% si occupa anche di fauna selvatica o di specie da zoo e acquario. Lo studio è stato approvato dal Comitato di Bioetica dell’Università di Torino.

Quali sono i limiti dello studio e cosa suggeriscono gli autori

Il disegno trasversale non permette di stabilire relazioni di causa-effetto. Il campionamento volontario può aver attirato i professionisti più sensibili al tema oppure escluso quelli troppo esausti per rispondere. Gli autori segnalano che la distorsione può quindi andare in entrambe le direzioni. I fattori organizzativi sono stati misurati con singoli item, meno precisi di scale validate. Le soglie europee, inoltre, non sono ancora state validate sulla popolazione veterinaria italiana. La forte prevalenza di liberi professionisti limita poi la trasferibilità dei risultati ai veterinari dipendenti.

Sul piano applicativo, i ricercatori indicano una formazione mirata alla comunicazione con il cliente. Dovrebbe comprendere gestione delle aspettative, comunicazione dell’incertezza, tecniche di de-escalation del conflitto e confronto sui limiti di cura legati al benessere animale. Secondo gli autori, questi contenuti potrebbero entrare nella formazione universitaria, post-laurea e continua. Andrebbero affiancati da misure che rafforzino autonomia, equilibrio vita-lavoro e supporto tra pari. Per il futuro propongono studi longitudinali, soglie BAT specifiche per i veterinari italiani e confronti con altre specializzazioni.

TAG: ANIMALI ESOTICI, BURNOUT, MEDICI VETERINARI, STRESS

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