Arbovirosi
29 Ottobre 2026Il rapporto mensile ECDC-EFSA conta 1.715 casi umani autoctoni in 13 Paesi UE/SEE, record assoluto. In Italia sono stati registrati 748 casi, 353 focolai negli uccelli e 72 negli equidi

La stagione 2026 del West Nile virus è la più estesa mai documentata in Europa, e l’Italia ne resta l’epicentro sia sul fronte umano sia su quello veterinario. Il rapporto mensile congiunto di ECDC ed EFSA, diffuso il 15 ottobre con dati trasmessi fino al 7 ottobre, attribuisce al nostro Paese il 44% dei casi umani acquisiti localmente nell’area UE/SEE e quasi sei focolai aviari su dieci. Il picco di trasmissione è ormai alle spalle, ma le autorità europee attendono ancora nuove notifiche.
Al 7 ottobre, 13 Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo hanno notificato 1.715 infezioni umane da West Nile virus contratte localmente. È il numero più alto mai registrato nell’area UE/SEE ed è più del doppio della media decennale per lo stesso periodo, pari a 693 casi. La distribuzione per Paese vede in testa l’Italia con 748 casi, seguita da Grecia (445), Francia (144), Spagna (139) e Romania (117). Più distanziati i Paesi Bassi (59), la Croazia (16), il Belgio (15), Cipro (13), l’Austria (8), l’Ungheria (5), la Germania (4) e la Bulgaria (2).
I decessi sono 130. Ne hanno registrati l’Italia (56), la Grecia (46), i Paesi Bassi (10), la Romania (7), la Spagna (6), la Francia (3), la Croazia (1) e l’Ungheria (1). I casi umani si distribuiscono su 187 regioni NUTS 3. Secondo ECDC ed EFSA è la stagione più ampia sul piano geografico da quando esiste la sorveglianza europea. La data di insorgenza dei sintomi più precoce è il 22 maggio e la più recente il 30 settembre, entrambe in Italia.
L’aumento dei numeri non si accompagna a una maggiore gravità clinica. Come negli anni precedenti, i casi si concentrano nei maschi dai 65 anni in su. Il 77% dei pazienti è stato ricoverato e il 57% ha avuto manifestazioni neurologiche, contro medie decennali dell’84% e del 62%. La letalità complessiva si attesta intorno all’8%, sotto il 10% medio del decennio. I due enti avvertono però che la letalità per singolo Paese risente della sensibilità dei sistemi di sorveglianza, compreso lo screening dei donatori di sangue, e va confrontata con cautela. Poiché la maggior parte delle infezioni è asintomatica o subclinica, i casi notificati rappresentano solo una parte di quelli reali.
Fuori dall’Unione, i Paesi candidati hanno segnalato 140 casi autoctoni e 11 decessi. I casi si distribuiscono tra Macedonia del Nord (70), Serbia (57), Kosovo (8), Albania (4) e Moldova (1).
Con 748 casi umani e 56 decessi, l’Italia ha una letalità del 7,5%. Il rapporto rileva però che i casi umani italiani sono leggermente meno di quelli dello stesso periodo del 2025. Il quadro veterinario va nella direzione opposta. I 353 focolai negli uccelli, il 59% del totale UE/SEE, sono il dato più alto per questo periodo dell’anno da quando la notifica è diventata obbligatoria nel 2021. I 72 focolai negli equidi, il 14% del totale europeo, superano tutte le stagioni precedenti tranne il 2018 e il 2025.
Sono coinvolte 79 delle 107 aree NUTS 3 italiane, che corrispondono sostanzialmente alle province, con casi umani, focolai animali o entrambi. Tra le aree europee con più casi umani compaiono tre province italiane. Roma conta 69 casi umani e 44 focolai animali, Padova 62 casi e 26 focolai, Milano 58 casi e 54 focolai. Quest’anno il virus è comparso per la prima volta a Pescara, Rieti e Trento, con casi sia umani sia animali, e in Valle d’Aosta, con soli focolai animali.
Sul piano veterinario, 13 Paesi UE/SEE hanno notificato 510 focolai negli equidi e 591 negli uccelli. Per gli equidi la Francia è nettamente prima con 307 focolai. Seguono Italia (72), Belgio (45), Paesi Bassi (24), Spagna (18), Grecia (14) e Germania (13), poi Croazia (5), Austria e Portogallo (4 ciascuno), Ungheria (3) e Cipro (1). Per gli uccelli, dopo l’Italia vengono Belgio (166), Germania (18), Francia (14), Croazia (13), Spagna (12), Austria (10), Slovenia (4) e Paesi Bassi (1).
La stagione animale si è aperta presto. Il primo focolaio negli equidi ha una data di sospetto inizio al 30 marzo, in Francia, e il primo negli uccelli al 31 marzo, in Italia. Le segnalazioni più recenti risalgono al 2 ottobre per gli equidi, in Germania, e al 29 settembre per gli uccelli, in Austria.
Tra luglio e settembre i focolai negli equidi sono stati da circa due a oltre cinque volte la media mensile storica, calcolata sul periodo 2016-2025. Quelli aviari sono rimasti intorno al doppio della media, calcolata sul 2022-2025 perché la notifica obbligatoria negli uccelli parte solo da aprile 2021. Il totale cumulativo dei focolai animali è il più alto mai registrato per questo periodo. Le regioni NUTS 3 con focolai negli animali sono 186, contro le 113 in 11 Paesi del 2025. Il dato è in linea con il 2024, una delle stagioni più estese, che aveva toccato 188 regioni in 14 Paesi. Tutti i 13 Paesi che hanno trasmesso dati nel 2026 avevano già segnalato focolai in passato, e il rapporto lo legge come un segno di circolazione endemica.
Fuori dall’area UE/SEE, la Svizzera ha notificato un focolaio negli equidi con inizio sospetto al 21 luglio, il primo per il cantone di Argovia. La Macedonia del Nord ha trasmesso per la prima volta dati al sistema ADIS, con quattro focolai aviari in due regioni.
Il rapporto mette in luce anche alcune asimmetrie tra sorveglianza umana e animale. La Romania ha segnalato solo casi umani, il Portogallo solo focolai negli equidi e la Slovenia solo negli uccelli. La Grecia ha il 26% dei casi umani europei ma appena 14 focolai negli equidi e nessuno negli uccelli. Secondo ECDC ed EFSA, queste differenze dipendono da fattori ecologici e climatici, dalla presenza di vettori competenti e di uccelli ospiti, e dal modo in cui ogni Paese organizza sorveglianza, diagnostica e notifica.
I corvidi dominano le specie associate ai focolai aviari. In testa c’è la cornacchia grigia (Corvus cornix) con 138 focolai, seguita da gazza (Pica pica, 104), cornacchia nera (Corvus corone, 80) e taccola (Coloeus monedula, 45). Vengono poi astore (Accipiter gentilis, 27), colombaccio (Columba palumbus, 20), merlo (Turdus merula, 19), civetta (Athene noctua, 18) e gheppio (Falco tinnunculus, 15). Ciascuna delle altre specie segnalate conta al massimo 13 focolai. Per gli equidi, invece, il sistema ADIS non riporta la specie coinvolta.
La novità della stagione è l’espansione verso nord. La Francia ha registrato 144 casi umani autoctoni con tre decessi, di gran lunga il suo massimo storico. Ha anche notificato il numero più alto di focolai negli equidi mai segnalato nel Paese, pari a oltre la metà del totale europeo.
I Paesi Bassi contano 59 casi umani e 10 decessi, con una letalità del 17%. Prima di quest’anno il Paese aveva documentato casi umani solo nel 2020, otto in tutto, e aveva notificato il primo focolaio animale, in un equide, nel 2025. Nel 2026 il virus è stato rilevato in 16 delle 40 regioni NUTS 3 olandesi.
Il Belgio ha segnalato i suoi primi 15 casi umani, senza decessi e con esordio concentrato nella seconda metà di agosto. Il virus era emerso nel 2025 con la sorveglianza aviaria, in tre circondari: Malines, Dendermonde e Halle-Vilvoorde. Nel 2026 è ricomparso in quelle aree e si è esteso a 15 nuove regioni NUTS 3. Nuove aree colpite sono state registrate anche in Germania, Spagna e nei Balcani. La Macedonia del Nord, in particolare, ha avuto 70 casi umani e 10 decessi, 61 dei quali nella regione di Skopje, dopo un decennio con al massimo cinque casi l’anno.
I dati veterinari del rapporto provengono dall’Animal Disease Information System (ADIS). Gli Stati membri devono notificare i focolai in base al Regolamento di esecuzione (UE) 2020/2002. Non esiste una definizione di caso specifica per l’infezione da West Nile negli animali, quindi si applica quella generale dell’articolo 9 del Regolamento delegato (UE) 2020/689. Un singolo focolaio notificato può comprendere uno o più casi. Per i Paesi candidati e per gli altri Paesi europei extra UE la notifica ad ADIS non è obbligatoria.
Sul versante umano i casi seguono la definizione della Decisione di esecuzione (UE) 2018/945. Alcuni Paesi applicano già in parte la definizione aggiornata del Regolamento di esecuzione (UE) 2026/2097, che entrerà formalmente in vigore il 1° luglio 2028. La sorveglianza congiunta serve anche a orientare le misure sui donatori di sangue potenzialmente esposti, come il rinvio della donazione o il test, previste dalle Direttive 2004/33/CE e 2014/110/UE. I dati entomologici non sono inclusi. ECDC ed EFSA li riconoscono utili a individuare precocemente la circolazione locale, ma non vengono raccolti in modo sistematico a livello europeo.
In Europa il picco dei casi umani è arrivato a fine agosto, quello dei focolai negli uccelli e negli equidi a inizio settembre. Da allora l’attività è calata in modo netto. Con condizioni ambientali sempre meno favorevoli, i due enti prevedono comunque una trasmissione residua a bassa intensità nelle prossime settimane. Anche i dati di settembre vanno considerati provvisori, perché i ritardi di notifica potrebbero portare nuove segnalazioni a ottobre e oltre. Accanto al rapporto mensile, ECDC continua a pubblicare un aggiornamento settimanale sui casi umani autoctoni in Europa.
Il rapporto, Surveillance of West Nile virus infections in humans and animals in Europe, monthly report – data submitted up to 7 October 2026, è stato pubblicato anche sull’EFSA Journal il 26 ottobre (DOI: 10.2903/j.efsa.2026.10410).
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