Cambiamento climatico
05 Dicembre 2024Uno studio pubblicato su Nature dall’Università di Bristol avverte: il riscaldamento globale potrebbe portare all’estinzione del plancton entro il secolo, con gravi conseguenze per gli ecosistemi marini e la pesca globale

Il plancton, organismo alla base della catena alimentare marina e pilastro del ciclo del carbonio, potrebbe non sopravvivere al ritmo accelerato del riscaldamento globale. A rivelarlo uno studio guidato dall’Università di Bristol pubblicato su Nature. Anche in scenari ottimistici, con un aumento di temperatura limitato a 2°C, questi microrganismi non sarebbero in grado di adattarsi in tempo, minacciando la sopravvivenza di numerose specie marine entro la fine del secolo e quindi l’equilibrio dell’intero ecosistema oceanico.
Con il termine plancton si intende a una grande varietà di microrganismi vegetali (fitoplancton) e animali (zooplancton) che popolano i mari, trascinati dalle correnti oceaniche, che sono la principale fonte di cibo di molti animali marini, nonché uno dei più importanti depositi di carbonio del pianeta.
I risultati della ricerca mostrano che questi organismi non riescono a tenere il passo con la velocità dei cambiamenti climatici attuali, mettendo a rischio non solo la loro sopravvivenza, ma anche quella di numerose specie marine che da essi dipendono per il cibo, inclusi pesci di interesse commerciale.
Anche con scenari ottimistici, come un aumento di temperatura di 2°C, il plancton non sarebbe in grado di adattarsi rapidamente. Il tasso di riscaldamento attuale supera di gran lunga quello osservato durante eventi climatici estremi del passato, come l’ultima Era Glaciale, rendendo impossibile una migrazione o un adattamento sufficiente.
“I risultati sono allarmanti – ha dichiarato Rui Ying, ricercatore di Bristol e primo nome dello studio – perché anche con le proiezioni climatiche più prudenti di un aumento di 2 °C, è evidente come il plancton non potrà adattarsi abbastanza rapidamente al tasso di riscaldamento che stiamo sperimentando ora e che sembra destinato a continuare”.
Il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza delle ondate di calore nel mare. Prevedere gli effetti futuri è difficile perché alcune proiezioni dipendono dalla fisica e dalla chimica degli oceani, mentre altre considerano gli effetti sugli ecosistemi. Quest’anno, però, la temperatura globale supererà per la prima volta la soglia di 1,5 °C stabilita dagli Accordi di Parigi, molto prima di quanto era stato previsto.
Nella ricerca pubblicata su Nature è stata quindi studiata la capacità dei plancton di adattarsi al riscaldamento globale. Alcuni dati suggeriscono che gli attuali cambiamenti climatici hanno già alterato drasticamente il plancton marino. I modelli prevedono uno spostamento del plancton verso entrambi i poli, dove le temperature oceaniche sono più fredde, e perdite di zooplancton nei tropici.
“Sarebbe una minaccia senza precedenti – continua Ying – sconvolgendo l’intero ecosistema marino con conseguenze devastanti e di vasta portata per la vita marina e anche per le scorte alimentari umane”.
I dati satellitari sulla biomassa del plancton non sono tuttavia sufficienti per determinare le tendenze nel tempo. Per superare il problema, gli scienziati hanno utilizzato un modello computazionale innovativo che confronta il modo in cui il plancton ha risposto ai cambiamenti ambientali del passato – nell’ultima era glaciale, circa 21.000 anni fa – con le tendenze climatiche attuali e le loro proiezioni future, ipotizzando come questi organismi potrebbero rispondere ai cambiamenti climatici del futuro.
In passato, le specie di plancton di acque più fredde sono riuscite a spostarsi per prosperare a temperature dell’acqua più favorevoli. Oggi però, la capacità di questo tipo di plancton di gestire il cambiamento climatico è molto più limitata. Lo studio, infatti, evidenzia la differenza tra il riscaldamento geologico e quello odierno indotto dall’uomo, molto più rapido e intenso.
Il fitoplancton produce circa il 50% dell’ossigeno mondiale ed è una macchina naturale per la fissazione del carbonio. Inoltre, una parte del plancton mangia altro plancton, che a sua volta viene mangiato dai pesci e poi dai mammiferi marini, trasferendo l’energia più in alto nella catena alimentare. A livello globale, molte persone dipendono dal cibo proveniente dall’oceano come fonte primaria di proteine.
Se il cambiamento climatico minaccia il plancton marino, gli effetti a catena su tutto il resto della rete alimentare marina sono enormi. I mammiferi marini che si nutrono di plancton, come le balene, non avranno abbastanza cibo da predare e ci saranno meno pesci da mangiare per i predatori, e quindi anche per le persone.
Le conseguenze di questa crisi sarebbero devastanti non solo per la biodiversità marina, ma anche per l’economia globale: tutto il settore della pesca, che dipende direttamente dalla salute degli ecosistemi oceanici, affronterebbe una crisi senza precedenti. Le comunità costiere e i pescatori, già vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici, rischiano di subire gravi perdite economiche e alimentari.
Lo studio sottolinea l’urgenza di limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C, come previsto dall’Accordo di Parigi. Senza interventi più incisivi, la temperatura globale potrebbe aumentare di oltre 3°C entro la fine del secolo, superando il punto di non ritorno per molte specie e interi ecosistemi.
“Il messaggio è chiaro – aggiunge Daniela Schmidt, coautrice dello studio – tutte le nazioni devono intensificare collettivamente e individualmente gli sforzi e le misure per mantenere il riscaldamento globale al minimo”.
CITATI: DANIELA SCHMIDT, RUI YINGSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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