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07 Ottobre 2026

Intelligenza artificiale in veterinaria, uso più che raddoppiato

Secondo l’indagine Digitail-AAHA su 1.730 professionisti di Stati Uniti e Canada, l’uso sale all’83,7% dal 39,2% del 2024. Strategia e governance restano però i punti deboli delle strutture

di Redazione Vet33


Intelligenza artificiale in veterinaria, uso più che raddoppiato

In due anni l’intelligenza artificiale è passata da strumento sperimentale a presenza quotidiana nelle strutture veterinarie nordamericane. L’83,7% dei professionisti dichiara di usarla, contro il 39,2% del 2024, e quasi nove utilizzatori su dieci lo fanno ogni giorno o ogni settimana. Il dato più rilevante del nuovo studio di Digitail e American Animal Hospital Association (AAHA) riguarda però il modo in cui viene adottata: le strutture con una strategia definita riportano benefici circa sei volte superiori a quelle che procedono senza un piano.

Quanti professionisti veterinari usano l’intelligenza artificiale

La quota di utilizzatori è più che raddoppiata rispetto alla rilevazione precedente, e l’uso non è occasionale: l’88,3% di chi impiega strumenti di IA lo fa con cadenza quotidiana o settimanale. Le aspettative vanno nella stessa direzione. Il 79,8% degli intervistati prevede che entro cinque anni l’IA farà parte della maggior parte dei flussi di lavoro in clinica.

Per Sebastian Gabor, CEO e cofondatore di Digitail, è cambiata la domanda da porsi: “Due anni fa ci chiedevamo se i professionisti veterinari avrebbero almeno provato l’IA. Oggi fa parte del lavoro quotidiano di ogni ruolo nella struttura, quindi la domanda è diventata un’altra: quanto bene viene messa a frutto e dove c’è più margine di crescita”.

Come è stato condotto lo studio Digitail-AAHA

L’indagine ha raccolto 1.730 risposte autodichiarate tra il 27 luglio e il 12 agosto 2026, da professionisti con ruoli diversi e attivi in strutture di vario tipo negli Stati Uniti e in Canada. Il questionario ha mantenuto gli indicatori principali dell’edizione 2024, condotta su 4.031 rispondenti e pubblicata sull’American Journal of Veterinary Research (Gabor S, Danylenko G, Voegeli B, 2025;86(S1):S63-S69). Questo ha permesso il confronto diretto tra le due rilevazioni. La ricerca è stata guidata da Bill Voegeli, presidente di Association Insights.

Cosa misura il Veterinary AI Maturity Index

La novità di quest’anno è un indice di maturità che assegna alle strutture un punteggio da 1 (uso estemporaneo) a 4 (uso avanzato) su sei dimensioni: strategia e obiettivi, governance e supervisione, valutazione dei fornitori, integrazione nei flussi di lavoro e nelle tecnologie, profondità di adozione, competenze e preparazione. Il modello è un adattamento dell’Healthcare AI Governance Readiness Assessment, strumento nato in ambito sanitario umano.

Il punteggio medio è 2,67 su 4. La dimensione più sviluppata è quella delle competenze e della preparazione, mentre governance e supervisione sono all’ultimo posto, con un distacco superiore a un punto.

Per cosa si usa l’IA nella pratica veterinaria

L’applicazione più diffusa è la documentazione clinica, con trascrizione assistita delle visite e compilazione delle note SOAP, indicata dal 62,8% degli utilizzatori. Segue la comunicazione con i proprietari. Le applicazioni diagnostiche, come l’interpretazione di radiografie, esami di laboratorio e citologie, risultano meno frequenti. In media ogni struttura impiega l’IA in 3,33 ambiti.

Quali benefici riportano le strutture

Il beneficio più citato è l’aumento del numero di pazienti gestiti (44,3%), seguito da una maggiore fidelizzazione o soddisfazione dei clienti (32%) e dall’avvio o ampliamento di servizi digitali (29,2%). Circa un professionista su cinque non ha ancora osservato un impatto misurabile.

Il livello di maturità incide in modo marcato sui risultati. Le strutture di livello 1 riportano in media 0,64 risultati positivi, quelle di livello 4 ne riportano 4,05. Il 70,9% delle strutture meno mature non rileva alcun impatto misurabile, contro circa l’11% di quelle ai livelli 3 e 4.

Perché strategia e governance fanno la differenza

La diffusione degli strumenti non è stata accompagnata da una riorganizzazione del lavoro. Il 65,2% delle strutture ha introdotto l’IA senza modificare in modo sostanziale i flussi esistenti e quasi la metà non ha né una strategia né un responsabile designato. Circa un terzo non dispone di alcun supporto di governance, come linee guida d’uso, formazione del personale, una figura di riferimento o una procedura formale di valutazione degli strumenti.

Secondo Voegeli, l’indice di maturità ha messo in luce «il ruolo chiaro di strategia, governance e progettazione dei flussi di lavoro» nel valore che le strutture ottengono dall’IA.

Quali sono i timori dei professionisti sull’IA

Il clima è più favorevole rispetto al 2024. Gli ottimisti salgono al 56,3%, gli scettici scendono al 22,7% e la paura di perdere il lavoro passa dal 37,2% al 20%. Restano però preoccupazioni di natura pratica. In cima c’è l’affidabilità e l’accuratezza dei risultati (67,4%). Crescono i timori su sicurezza e riservatezza dei dati (59%) e sulla mancanza di formazione adeguata (47,1%).

TAG: CLINICA VETERINARIA, DIGITALIZZAZIONE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE

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