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BIodiversità

17 Settembre 2026

Dopo sette anni in formalina, il Dna del plancton conserva tracce di biodiversità

Uno studio dell’Università di Trieste e dell’Ogs mostra che il metabarcoding può recuperare informazioni genetiche da campioni di mesozooplancton conservati per anni. Il metodo potrebbe aiutare a studiare i cambiamenti della biodiversità marina nel tempo

di Redazione Vet33


Dopo sette anni in formalina, il Dna del plancton conserva tracce di biodiversità

Campioni di mesozooplancton conservati in formalina per circa sette anni possono ancora fornire informazioni genetiche utili. Lo mostra uno studio dell’Università di Trieste e dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale-Ogs, pubblicato sul Journal of Plankton Research, che ha sperimentato il metabarcoding su campioni raccolti nel Golfo di Trieste nel 2017.

Il risultato è rilevante perché le collezioni storiche di zooplancton conservate in formalina sono presenti in istituti di ricerca e musei, ma il loro utilizzo per le analisi genetiche è stato a lungo limitato dai danni provocati dal fissativo sul Dna. Secondo gli autori, questi campioni possono invece rappresentare una fonte di informazioni sulla biodiversità marina del passato.

Dal microscopio al metabarcoding

Il mesozooplancton comprende piccoli organismi animali che vivono nell’ambiente marino, tra cui crostacei e forme larvali, e costituisce una componente importante della rete alimentare. Tradizionalmente, la composizione delle comunità viene studiata attraverso l’identificazione morfologica al microscopio.

Nel nuovo studio i ricercatori hanno analizzato 12 campioni raccolti nel 2017 presso la boa oceanografica MIRAMARE, nel Golfo di Trieste. I campioni sono stati fissati in formalina tamponata al 4% e conservati al buio, a temperatura ambiente, per circa sette anni. Prima dell’analisi molecolare, un sottocampione è stato esaminato al microscopio per identificare gli organismi presenti. Successivamente il team ha estratto il materiale genetico e applicato il metabarcoding, una tecnica che permette di identificare più organismi presenti contemporaneamente in un campione attraverso specifiche sequenze di Dna. Sono stati utilizzati tre marcatori genetici: COI, 18SV4 e 18SV9.

La formalina aveva però provocato una significativa degradazione del materiale genetico. Per questo i ricercatori hanno utilizzato una procedura di estrazione basata sulla lisi alcalina a caldo e un flusso di analisi bioinformatica adattato a campioni contenenti Dna fortemente degradato.

Il marcatore genetico cambia il risultato

I tre marcatori non hanno fornito le stesse informazioni. Il COI ha mantenuto il segnale più forte relativo agli organismi metazoi, mentre il 18SV9 ha recuperato la maggiore diversità di metazoi e ha mostrato la più alta concordanza con l’identificazione morfologica.

Il confronto rende evidente anche i limiti del metodo. Attraverso l’analisi al microscopio erano stati identificati 86 taxa. Il COI ne ha recuperati 16, mentre il 18SV9 ne ha individuati 59. Soltanto nove taxa sono stati rilevati da entrambi i marcatori. Il 18SV4, invece, ha mostrato una forte amplificazione di sequenze non appartenenti ai metazoi, con una presenza particolarmente elevata di funghi in diversi campioni.

I risultati indicano quindi che il metabarcoding di materiale conservato in formalina è possibile, ma che la capacità di recuperare informazioni tassonomiche dipende fortemente dal marcatore scelto e dalle condizioni del campione.

I campioni storici come archivi della biodiversità

La possibilità di utilizzare materiale conservato da anni apre una prospettiva ulteriore. Le collezioni storiche di zooplancton possono infatti contenere campioni raccolti in periodi precedenti alla diffusione delle tecniche di analisi molecolare. Recuperare il Dna residuo potrebbe permettere di affiancare alle informazioni ottenute storicamente attraverso il microscopio nuovi dati genetici. In prospettiva, questi archivi potrebbero essere utilizzati per ricostruire come sono cambiate nel tempo le comunità marine e per ricercare retrospettivamente la presenza di organismi introdotti o non indigeni.

Lo studio non dimostra però che i campioni conservati in formalina possano essere analizzati con la stessa efficacia dei campioni freschi. La degradazione del Dna e gli effetti della conservazione possono infatti modificare la composizione delle sequenze recuperate. Per questo gli autori considerano il lavoro soprattutto un passo verso l’utilizzo molecolare delle collezioni storiche, più che un metodo sostitutivo dell’identificazione morfologica.

La ricerca, firmata da Elettra Chiarabelli, Alessandra de Olazabal, Alenka Goruppi, Sara D’Ambros Burchio, Marco Sollitto, Valentina Tirelli e Alberto Pallavicini, è stata pubblicata sul Journal of Plankton Research con il titolo “Seven years in formalin: the burden of metabarcoding mesozooplankton preserved in buffered formalin from the northern Adriatic Sea”.

TAG: BIODIVERSITà, DNA, FORMALINA, MESOZOOPLANCTON, METABARCODING, PLANCTON, UNIVERSITà DI TRIESTE

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