piccoli roditori
29 Luglio 2026Uno studio pubblicato su Science ha analizzato gli adattamenti metabolici e genetici del topo dalle orecchie a foglia delle Ande, capace di vivere fino a 6.700 metri di quota, identificando meccanismi di resistenza all’ipossia potenzialmente rilevanti anche per la medicina umana

Sulla cima dei vulcani andini, il topo dalle orecchie a foglia delle Ande (Phyllotis vaccarum) dimostra come la vita possa prosperare in luoghi inaccessibili all’uomo. Questo roditore ha sviluppato un insieme inconsueto di adattamenti metabolici e genetici che gli permettono di sopravvivere nell’intervallo altitudinale più ampio conosciuto per qualsiasi mammifero, dalla costa desertica del Cile settentrionale fino alla cresta della Cordigliera delle Ande. Lo studio, guidato dal biologo evoluzionista Jay Storz dell’Università del Nebraska, è stato pubblicato sulla rivista Science.
“Sulle vette di circa 6.700 metri dove abbiamo catturato questi topi, c’è meno della metà dell’ossigeno disponibile a livello del mare, e le temperature sono quasi sempre sotto zero”, ha spiegato Storz. “Con un’adeguata acclimatazione, uno scalatore ben allenato può tollerare la mancanza di ossigeno a queste altitudini durante un tentativo di vetta di un giorno, ma tali quote superano di gran lunga i limiti della sopravvivenza umana a lungo termine”.
Per comprendere come la specie affronti condizioni così estreme, i ricercatori hanno analizzato dati sull’intero genoma di 167 esemplari raccolti lungo l’intero areale altitudinale della specie. I risultati indicano che il successo di questo topo risiede nel modo in cui il suo organismo gestisce simultaneamente energia e ossigeno.
“Quando un mammifero è sottoposto a freddo estremo, si affida alla produzione di calore metabolico per mantenere costante la temperatura corporea, un processo che richiede ossigeno come combustibile” ha spiegato Storz. “Poiché ad alta quota l’ossigeno è minore, i mammiferi che vivono in questi ambienti mettono in atto aggiustamenti metabolici per utilizzarlo in modo più economico”.
I topi raccolti alle quote più estreme sono risultati fisiologicamente diversi da quelli raccolti a quote più basse. Gli esemplari di alta montagna mantengono meglio la capacità termogenica, ossia la capacità di generare calore corporeo, rispetto alle controparti di pianura.
I loro muscoli scheletrici hanno inoltre mostrato una maggiore capacità di produrre energia all’interno dei mitocondri, mentre il tessuto adiposo bruno, deputato alla produzione di calore, si è dimostrato più efficiente nel bruciare grassi, un ulteriore adattamento che probabilmente aiuta questi animali a mantenersi al caldo in un ambiente freddo e povero di ossigeno.
Lo studio ha individuato nella dieta un aspetto inatteso nella gestione delle altitudini estreme. I ricercatori hanno trovato evidenze genetiche che indicano come la specie si sia adattata a diverse tossine vegetali incontrate lungo il proprio areale altitudinale, in aggiunta agli adattamenti al freddo e alla bassa disponibilità di ossigeno.
“La scoperta che questi topi abbiano sviluppato la capacità di metabolizzare le tossine alimentari è stata inattesa”, ha sottolineato Storz. “Nell’ambiente d’alta quota non possono nemmeno contare su un pasto decente: le uniche piante alimentari disponibili sono cariche di composti secondari tossici. Le cose sono difficili ovunque, lassù”.
Guillermo D’Elía, studioso di sistematica e zoologo dell’Universidad Austral de Chile, coautore dello studio, ha aggiunto: “Abbiamo identificato segnali di selezione su geni coinvolti nella difesa antiossidante e nel metabolismo delle tossine alimentari. Sappiamo che i geni sotto selezione sono coinvolti in queste funzioni biologiche, ma non possiamo affermare con certezza a quale particolare tossina o pianta specifica si siano adattati”.
Secondo Storz, i mammiferi d’alta quota hanno sviluppato la capacità di sopravvivere e funzionare in condizioni di deprivazione cronica di ossigeno che ricordano stati patologici nell’uomo. Comprendere questi meccanismi potrebbe contribuire a orientare lo sviluppo di trattamenti per le persone affette da patologie cardiorespiratorie che compromettono l’apporto di ossigeno anche a livello del mare.
Tuttavia, D’Elía ha sottolineato che non sono stati ancora chiariti alcuni aspetti fondamentali, come cosa mangino effettivamente questi topi, quanto vivano e se si riproducano a quote così elevate.
CITATI: GUILLERMO D’ELíA, JAY STORZSe l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:
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