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18 Luglio 2022

Medicina d’urgenza, a colloquio con Massimo Giunti

Lo spunto è la nuova pubblicazione “Medicina d’urgenza e terapia intensiva del gatto” curata da Giunti e Byers ed edito da EDRA. Poi il discorso si allarga. Fino a toccare temi come formazione universitaria, gestione dello stress, rapporto tra clinica, università e sanità pubblica. 

di C. Ignaccolo


Medicina d’urgenza, a colloquio con Massimo Giunti

“Il gatto non è un piccolo cane, non possiamo traslare in automatico da un animale all’altro le informazioni in nostro possesso”. Con un sorriso riservato e poche parole, le stesse usate con gli studenti per rendere meno pomposamente accademico l’approccio, Massimo Giunti va dritto al punto. E ci spiega perché abbia scelto il gatto come soggetto della sua nuova fatica letteraria, di cui ha condiviso oneri e onori con Christopher Byers.

Medicina d’urgenza e terapia intensiva del gatto– prosegue Giunti - nasce con l’intento di dare il giusto spazio a un animale, che - in letteratura - viene spesso posto in secondo piano rispetto al cane. Sul tema esisteva già un manuale degli anni 2000, ma esclusivamente di taglio pratico: il nostro intento, oggi, è quello di proporre un testo aggiornato e che offra un duplice approccio.

Duplice in che senso?

Abbiamo progettato il testo in due ampie sezioni: la prima è più pratica e concisa, arricchita da algoritmi, per una consultazione facile e immediata nel corso delle emergenze quotidiane. La seconda parte, invece, grazie ai contributi specialistici di molti autori, contiene una parte di approfondimento.

L’opera si declina in varie sezioni per un totale di cento capitoli: un’opera importante con apporti variegati, cosa ha significato lavorare con un team internazionale?

E’ stata una bella sfida, nata da un’idea dalla casa editrice, che fin da subito ha mi ha messo in contatto con Christopher. Da lì abbiamo cominciato a tessere una rete di contatti con colleghi europei e del Nord America. L’opera è stata suddivisa in dieci sezioni, ciascuna con un suo editore di sezione, che ha poi selezionato gli autori dei singoli capitoli. Il libro si apre con una prima sezione introduttiva relativa al triage e si conclude con la decima sezione, snella e concisa, relativa alle procedure e corredata da qrcode, che permettono al lettore di approfondire gli argomenti tramite contenuti multimediali. Già nella prima fase organizzativa, ho potuto apprezzare la valenza formativa del progetto, grazie alla collaborazione e al coinvolgimento dei colleghi. Rapporti già in essere si sono consolidati, altri nuovi sono nati. La presenza di tanti professionisti ha poi aperto un vero e proprio confronto nella fase di revisione, un’occasione condivisa di studio e di ripasso: ognuno ha dato il suo contributo, compresa qualche controversia filtrata per fortuna dagli editori di sezione.  

In poche parole, se volesse raccontare il valore aggiunto del libro?

Direi che risiede nella sua impostazione ‘corale’: ovvero nel fatto che al suo interno trovano spazio e voce figure professionali che si occupano anche di discipline diverse dalla medicina d’urgenza. Questo ci ha consentito di dare un taglio peculiare all’opera. Il bello (e il difficile) della medicina d’urgenza risiede proprio nel fatto che davanti a pazienti critici devi prendere prontamente una decisione, ma contemporaneamente devi mettere insieme più componenti. E in questo- per fortuna - puoi contare sull’arricchimento che ti deriva dalla consulenza di altri specialisti (cardiologi, pneumologi, gastroenterologi ecc.). Questo è quanto succede nella pratica quotidiana. E questo è quanto abbiamo voluto trasporre nel libro, per fornire una visione trasversale, molto utile, specialmente agli studenti.

Fattore tempo, competenze specifiche, quadro clinico d’insieme: quanto possono essere ansiogene le tre variabili costitutive della medicina d’urgenza?

Come in ogni ambito disciplinare e non solo in pronto soccorso, l’ansia scaturisce essenzialmente dalla mancanza di competenze e di sicurezza. Quindi studio, pratica e allenamento e formazione sono la via per approcciare qualunque specialità. Altrimenti lo stress è inevitabile. Ovviamente nella medicina d’urgenza c’è da fare i conti pure con il fattore tempo, per questo noi insegniamo a definire le priorità di intervento.

Cosa intende?

Davanti al paziente, serve individuare le varie anomalie, organizzarle in ordine di importanza e poi integrarle. E badi bene: questo vale per qualsiasi problematiche clinica, non solo per le urgenze. Purtroppo, però, spesso gli studenti fanno fatica ad adottare questo approccio perché studiano ancora per blocchi, per compartimenti stagni, senza integrare le competenze. E in gran parte questo deriva da un piano didattico ancora vetusto, che ‘confina’ la fisiologia al biennio, dedicando i tre anni successivi alla fisiopatologia, ma senza un approccio realmente organico che faccia da sfondo. A Bologna stiamo lavorando a un nuovo piano didattico profondamente innovativo, per consentire agli studenti di acquisire un metodo utile ad affrontare le problematiche principali della loro professione.

In questa nuova impostazione, quanto conterà la pratica sul campo?

Servirà darle più spazio, magari ricorrendo ad esperienze in cliniche private che mettano lo studente a contatto con il mondo del lavoro. Un po’ come succede all’estero. Il fatto che l’Università di Bologna sia accreditata EAEVE* e che i requisiti di tale accreditamento prevedono che la parte pratica sia potenziata, documentata e verificata, potrebbe costituire un forte incentivo verso il cambiamento. Verso una didattica in cui la lezione frontale non sia più prioritaria, ma si prediliga l’interazione in piccoli gruppi e la parte pratica.

E veniamo alle urgenze, si può fare una casistica delle più comuni?


Non a livello assoluto: molto dipende dalle peculiarità geografiche e climatiche del territorio. E poi a fare la differenza è anche la struttura: se oltre al pronto soccorso essa dispone anche di reparti specializzati, ovviamente il ventaglio delle emergenze è più ampio e sfaccettato in quanto coinvolge anche la specialistica.

E delle più rare?

Piuttosto che di emergenze rare, preferirei parlare di ‘presentazioni insolite’, quelle, cioè, che distraggono dall’origine del problema, distolgono dalla diagnosi precoce del problema e quindi ritardano l’intervento terapeutico. Ed ecco che torna di nuovo l’importanza di eseguire un esame più accurato, richiamando le possibili diagnosi differenziali. Per questo non mi stancherò mai di sottolineare quanto sia importante ‘rinfrescare’ le proprie conoscenze, in modo da dare giusta priorità alle problematiche rilevate, mettendo insieme e integrando le singole informazioni. Ancora una cosa: attenzione pure a non intestardirsi con una diagnosi, cercando in tutti i modi di far combaciare i pezzi del puzzle: se il quadro non si compone è meglio azzerare tutto e ripartire da zero.

Prima ha accennato al quadro europeo, come esce l’Italia dal confronto con gli altri Paesi?

Diciamo che se quelli di tradizione anglosassone (e parlo anche degli Stati Uniti) sono più avanti, i nostri ‘cugini’ francesi, spagnoli e tedeschi non si differenziano granché. Anche se forse possono contare su finanziamenti più ingenti o su figure infermieristiche di supporto più strutturate, penso per esempio alla Germania. D’altro canto, ci sono poi realtà europee decisamente più arretrate, che vedono la nostra realtà ospedaliera come una meta appetibile, dal momento che offre un servizio equiparabile a quello delle cliniche private e specializzazioni di livello europeo.

Ecco, appunto, a proposito di clinica universitaria: quanto è limitante il fatto di dipendere dal Ministero della ricerca e non da quello della Salute?

Abbastanza. E il periodo di lockdown docet. In quella fase, infatti, gli studenti sono rimasti a casa, ma noi non abbiamo chiuso l’ospedale universitario; ci siamo piuttosto limitati a ridurre l’afferenza della casistica (per tutelare il personale). Dall’università abbiamo ricevuto indicazioni per gestire l’aspetto didattico e quello della ricerca, ma sul fronte ospedaliero ci siamo appoggiati agli ordini professionali come fossimo una struttura privata. È quindi evidente che sarebbe auspicabile un arruolamento dell’Ospedale Universitario quale presidio di Sanità Pubblica nell’ambito del Servizio Sanitario, come dimostrano pure altre carenze relative al supporto di medici ospedalieri e di figure infermieristiche, difficili da reclutare in ambiente accademico.

Quindi, mi faccia capire: rimanete un dipartimento universitario, ma con un’ampia attività clinica….

Giusto. Tre mission, tre aspetti integrati: didattica, ricerca e servizio al territorio. Con un forte presidio di sanità pubblica, grazie all’ospedale, come punto di riferimento per le ASL che fanno fatica a gestire le emergenze veterinarie sul territorio.

E dal punto di vista economico?

Anche questa è una bella sfida. L’Ateneo di Bologna ed il nostro Dipartimento supportano economicamente le attività dell’Ospedale Universitario per garantire il mantenimento di elevati standard nella qualità della didattica, per cui il nostro Corso di Laurea in Medicina Veterinaria è tra i primi in Europa ad essere stato accreditato dall’EAEVE. Tuttavia, il mantenimento di tali standard non può prescindere dalla presenza di una struttura assistenziale complessa, come è il nostro Ospedale Universitario, che fornisce un servizio continuativo al territorio, per la cui sostenibilità sono necessarie risorse ingenti in termini di spazi, logistica, personale e attrezzature. Attualmente oltre l’80% del budget dell’Ospedale Veterinario è generato dai servizi erogati al territorio in termini di assistenza sanitaria e diagnostica. È senz’altro una modalità virtuosa di autofinanziarci, reinvestendo gran parte del fatturato per l’attivazione di borse di formazione per neolaureati, che all’interno dell’Ospedale Universitario possono svolgere percorsi di specializzazione professionale riconosciuti a livello europeo. Purtroppo, però, le modalità di accesso alle borse di formazione, che escludono i Laureati da più di 2 anni e non sono rinnovabili oltre 24 mesi, rendono più arduo il reclutamento di queste figure e il completamento di questi percorsi di alta specializzazione, che richiederebbero almeno 3-5 anni. Simili difficoltà riguardano pure l’attivazione delle canoniche Scuole di Specialità nell’ambito dei Dipartimenti di Medicina Veterinaria, in quanto sono classificate come “non mediche”, a differenza delle Scuole di Medicina e Chirurgia, a cui dovrebbero invece essere equiparate per il tipo di attività svolta. Il risultato finale è che al momento non è garantita allo specializzando la possibilità di frequentare l’Ospedale Veterinario Universitario come membro dello staff con una retribuzione adeguata. Sono temi su cui stiamo lavorando e mi auguro che in un prossimo futuro possano trovare, come auspicabile, una semplice soluzione…    

*Nel 2014, il Corso di Laurea in Medicina Veterinaria dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna è stato accreditato dall' EAEVE (European Association of Establishments for Veterinary Education). L’EAEVE, nata nel 1988, attualmente certifica la qualità della formazione universitaria in circa 100 Strutture Europee deputate all’insegnamento della Medicina Veterinaria. Con questo riconoscimento, il Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie (DIMEVET), unico in Italia e nell’Europa meridionale, si colloca tra le 14 strutture accreditate in Europa (insieme alle Facoltà di Vienna, Gent, Copenaghen, Helsinki, Budapest, Utrecht, Oslo, Zurigo-Berna, Londra e Nottingham).

 

Massimo Giunti

DVM, PhD, Dipl. ECVECC

È veterinario abilitato e European Veterinary Specialist in medicina d'urgenza e terapia intensiva. È Professore associato e Responsabile del reparto di medicina d'urgenza e terapia intensiva dei piccoli animali dell'ospedale universitario veterinario dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna (Italia). Ha conseguito la laurea in Medicina Veterinaria e il dottorato in Scienze Veterinarie presso la stessa università. La sua attività di ricerca principale riguarda lo studio di indicatori prognostici in corso di condizioni critiche nei piccoli animali. È co-Editor del manuale Medicina d'urgenza e terapia intensiva del gatto, oltre che autore e co-autore di svariati articoli in ambito di medicina d'urgenza e terapia intensiva veterinaria in riviste specialistiche.

TAG: EAEVE, GATTO, INTERVISTA, INTERVISTA VET33, MEDICINA D'URGENZA, PRONTO SOCCORSO, UNIVERSITà DEGLI STUDI DI BOLOGNA

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