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24 Aprile 2024Uno studio dell’Università di Lisbona condotto in Portogallo e Regno Unito mostra come gli animali domestici malati possono diffondere batteri resistenti agli antibiotici ai loro proprietari

Uno studio effettuato su un campione di animali domestici ed esseri umani provenienti da 43 famiglie in Portogallo e 22 nel Regno Unito mostra che cani e gatti possono trasmettere batteri resistenti agli antibiotici ai propri proprietari. Ciò rende ancora più necessario affrontare un problema che ha assunto le dimensioni di un’emergenza di sanità pubblica, ovvero la gestione delle interazioni con i propri pet.
Lo studio
Lo studio, prospettico longitudinale, ha coinvolto 5 gatti, 38 cani e 78 esseri umani provenienti da 43 famiglie in Portogallo e 22 cani e 56 esseri umani di altre 22 famiglie nel Regno Unito.
“Comprendere e affrontare la trasmissione dei superbatteri dagli animali domestici agli esseri umani è essenziale per combattere efficacemente la resistenza antimicrobica nelle popolazioni sia umane sia animali” sostiene Juliana Menezes, ricercatrice del laboratorio di resistenza agli antibiotici del Centro di ricerca interdisciplinare sulla salute animale della facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Lisbona, che sul tema presenterà una ricerca nel corso del Congresso Escmid Global (Barcellona, 27-30 aprile).
L’obiettivo del lavoro è stato studiare l’andamento dei batteri resistenti alle cefalosporine di terza generazione e ai carbapenemi (utilizzati come ultima linea di difesa quando gli altri antibiotici falliscono). Tutti gli esseri umani considerati nello studio erano sani, mentre tutti gli animali domestici presentavano infezioni della pelle e dei tessuti molli o infezioni del tratto urinario.
I ricercatori hanno testato tamponi cutanei e campioni di feci e urina dei partecipanti per individuare Enterobacterales, una vasta famiglia di batteri che comprende Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae, resistenti ai comuni antibiotici.
In tre delle case in Portogallo al centro della ricerca, la tempistica dei test positivi per i batteri produttori di β-lattamasi a spettro esteso (resistenti alle penicilline) ha suggerito che, almeno in questi casi, i batteri venivano passati dall’animale domestico all’essere umano. Lo studio verrà ora presentato al Congresso Escmid Global di Barcellona, anche se non è stata provata la direzione della trasmissione.
L’analisi genetica ha mostrato però che in alcuni casi i ceppi erano gli stessi, indicando che i batteri si trasmettevano tra l’animale domestico e il proprietario. In una di queste cinque famiglie, anche un cane e il proprietario avevano lo stesso ceppo di Klebsiella pneumoniae resistente agli antibiotici.
L’antibiotico-resistenza
La resistenza agli antibiotici, ricordano gli esperti, sta raggiungendo livelli pericolosamente alti in tutto il mondo. Le infezioni da superbatteri uccidono più di 1,2 milioni di persone l’anno a livello globale, un dato destinato a salire a dieci milioni entro il 2050 se non verrà intrapresa alcuna azione. Per la World Health Organization si tratta di una delle maggiori emergenze globali. Il tutto nella quasi totale assenza di nuovi farmaci.
“Ricerche recenti – spiega Menezes – indicano che la trasmissione di superbatteri tra esseri umani e animali, compresi quelli domestici, ha un ruolo fondamentale nel mantenere i livelli di resistenza, sfidando la convinzione tradizionale secondo cui gli esseri umani siano i principali portatori di questi patogeni nella comunità”.
Possibili soluzioni
I batteri possono trasmettersi tra gli animali domestici e l’uomo attraverso il contatto, ma anche con baci, carezze e la manipolazione delle feci del pet. Per prevenire la trasmissione, i ricercatori raccomandano ai proprietari di praticare una buona igiene, lavarsi le mani dopo aver accarezzato il cane o il gatto e dopo averne maneggiato i rifiuti.
“Quando il proprio pet non sta bene, va considerata l’idea di isolarlo in una stanza per prevenire la diffusione di batteri in tutta la casa e di pulire accuratamente le altre stanze” aggiunge Menezes, ricordando che tutti i cani ei gatti dello studio sono stati trattati con successo per le loro infezioni.
“I nostri risultati – conclude la ricercatrice – evidenziano l’importanza di includere le famiglie che possiedono animali domestici nei programmi nazionali che monitorano i livelli di resistenza agli antibiotici. Scoprire di più sulla resistenza degli animali domestici aiuterebbe lo sviluppo di interventi informati e mirati per salvaguardare sia la salute animale che quella umana”.
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